Il mensile pratico del mare venerdì, 24 novembre 2017
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Barca vecchia fa buon tetto


10-02-2017 Alberto Casti

Le navi in disarmo un tempo venivano trasformate in locande o abitazioni. Un’idea che oggi, previo studio di fattibilità, potrebbe essere sviluppata da esperti in bioedilizia

Barca vecchia fa buon tetto

Un tempo, quando le navi andavano in disuso, era pratica comune recuperarne lo scafo e destinarlo ad altri scopi. Questa era la sorte tipica degli schooner che affollavano le coste del New England fino ai primi del 1900. A seconda di quanto fossero grandi, i loro poderosi scafi di quercia potevano fare da tetto a una struttura in pietra, o addirittura essere tagliati in due e poggiati nel terreno per diventare abitazioni o locande. Del resto se nella loro forma originale potevano resistere alle burrasche dei banchi di Terranova, avrebbero certamente potuto sopportare egregiamente pioggia e neve.

Una tradizione analoga la troviamo anche nel vecchio continente. Équihen-Plage, villaggio nei pressi di Calais, è conosciuto ancora oggi come il paese delle quilles en eir, le “chiglie in aria”. Qui infatti le barche da pesca venivano normalmente trasformate in abitazioni in cui trovavano alloggio stabile intere famiglie. Ancora oggi la cittadina francese ospita esempi di curiose case-vacanza ottenute posizionando vecchi scafi in luogo del tetto di appartamenti in muratura. E riscontri di questa particolare dedizione nel riciclo nautico li ritroviamo anche ad altre latitudini, dalla Bretagna, alla Normandia, dall’Irlanda, alla Scozia, dall’Islanda, alle isole Orcadi, Feroe, Shetland o Lofoten.

Anche in Bangladesh, lungo la costa del lago Dhanmondi un cargo è stato trasformato in sontuoso palazzo. Idem in Canada, lungo la costa del Lago Erie, nell’Ontario, dove la nave Benson Ford, è diventata una villa posta su una scogliera. A Vancouver Island un peschereccio è stato trasformato in villa. A Santa Catalina Island, vicino a Los Angeles, Usa, con parti di due vecchi vaporetti è stata realizzata una casa in stile liberty. E gli esempi potrebbero continuare.

Lo scorso gennaio proprio in questa rubrica si faceva il computo del gravoso e insoluto problema della rottamazione delle imbarcazioni da diporto: 1.800.000 tonnellate di plastiche accumulate in Italia tra il 2008 e il 2013 e oltre 300.000 tra il 2013 e il 2014. Secondo uno studio promosso da Ucina, la Confindustria delle aziende nautiche, le unità fuori uso del parco barche italiano, ammonta a circa 200.000 unità. Di queste 40.000 sarebbero di lunghezza superiore ai 10 metri. Una barca lunga 12 metri offre spazi sufficienti per ospitare dignitosamente da due a quattro persone. Dispone di bagno, wc, impianto idraulico ed elettrico, cucina, armadi e letti.

Allora ci chiediamo: sarebbe davvero peregrina l’idea di utilizzare alcune delle tante imbarcazioni abbandonate per trasformarle in alloggi? Ne basterebbero una ventina in un terreno dotato di rete fognaria, idrica ed elettrica, per veder nascere, con un investimento minimo, un villaggio colorato ed esclusivo che possa offrire un alloggio ad almeno 60 persone. Potrebbe essere certamente destinato al turismo o anche, perché no, all’accoglienza. Trattandosi di materie plastiche facilmente modulabili anche a sezioni, un ingegnere edile si potrebbe sbizzarrire nell’individuare sistemi per realizzare ville partendo dall’assemblaggio di vecchie bagnarole.

Le barche destinate alla rottamazione potrebbero essere cedute a costi irrisori dagli armatori impossibilitati a ristrutturarle e gravati dai costi di rimessaggio, o addirittura gratuitamente dai cantieri che vedrebbero così liberati molti dei posti oggi occupati da imperiture carcasse di plastica. Una riconversione in tal senso darebbe inoltre nuova linfa al mercato nautico scremando il parco dell’usato da prodotti invendibili. Idea strampalata la nostra, forse ingenua, ma che prima d’essere cestinata meriterebbe almeno uno studio di fattibilità.

Nel frattempo industria e governi puntano tutto sulla rottamazione per trasformare la vetroresina in asfalto o pallet per l’edilizia e continuare a produrre in materie plastiche anziché investire in prodotti biodegradabili (legno) o riciclabili (metalli e leghe). Progetti che dati gli evidenti costi e i dubbi benefici per l’ambiente, allo stato attuale sono ancora solo su carta. Non ingenui, ma irrealizzabili.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 346, novembre 2016)