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Dsc: proposta indecente


21-07-2017 Alberto Casti

Dsc: proposta indecente

Nelle stanze ministeriali prende corpo l’ipotesi di rendere obbligatoria l’adozione di Vhf con tecnologia digitale. Sul banco un tesoretto stimato in circa 190 milioni di euro

I primi giorni di febbraio è circolata la notizia secondo cui il Governo si appresterebbe a rendere obbligatorio l’ impiego esclusivo di radio Vhf con Dsc.
Acronimo di Digital Selective Calling, il Dsc è un sistema che rende possibile l’invio di un messaggio automatico di soccorso o di allerta contenente tra l’altro i dati della barca (codice MMSI) e la sua posizione. Basta premere un bottone, presente su tutti gli apparati radio prodotti dal 1999 in poi. Già dal 1992 infatti l’ International Maritime Organization, aveva inserito il Dsc nel Global Maritime Distress Safety System, sancendone poi progressivamente l’ obbligo per tutte le navi commerciali e passeggeri e per i pescherecci.

Oggi, chi naviga per diporto può imbarcare la radio Vhf con Dsc senza alcuna abilitazione (salvo il Certificato limitato di operatore radiotelefonista). Questo purché la funzione Dsc sia disattivata, ossia non sia stato memorizzato il codice MMSI relativo all’imbarcazione. In alternativa si può ottenere l’abilitazione Src, Short Range Certificate, sostenendo un esame, che però nel nostro paese ha un programma
così complesso da far impallidire uno studente di ingegneria e che per di più può essere conseguito solo a Roma, presso il ministero dello Sviluppo Economico.
Ora, se quanto trapelato corrisponde a verità e se tale decisione dovesse essere tradotta in norma, ogni diportista che intendesse navigare oltre le 6 miglia dalla costa, dovrà armarsi di santa pazienza, studiare nottetempo e organizzare costose trasferte nella Capitale, sperando di non essere bocciato.


Ma non è finita qui. In base alla medesima proposta, tutte le imbarcazioni che navigano oltre le  0 miglia dalla costa, dovranno imbarcare anche una radio Ssb-Hf.
La ragione di queste scelte, come sempre, è motivata dalla sicurezza a salvaguardia del diportista, che però è regolarmente escluso dalle tavole rotonde indette dal Governo, i cui seggi sono appannaggio esclusivo di operatori ed esponenti dell’industria di settore.
Quando, sgomenti, abbiamo commentato questa notizia sul nostro sito web, siamo stati accusati di fare terrorismo da quattro soldi. Ma facciamo due conti.
Quanti sono in Italia i diportisti che imbarcano una radio Vhf? Diciamo 150.000.

Poniamo che di questi, 10.000 dispongano già dei requisiti per l’ utilizzo del Dsc. Rimangono 140.000 persone che in caso di mancato adeguamento, diventerebbero fuorilegge. 140.000 per una media di 12 euro, ossia il prezzo medio dei due o tre manuali disponibili in Italia per il conseguimento dell’ abilitazione
Src, è uguale 1,68 milioni di euro da spartire tra i rispettivi autori ed editori.
Ancora: 140.000 per 57 euro, ossia le imposte per sostenere l’ esame, equivalgono a 7,98 milioni di euro che entrerebbero nelle casse dello Stato; 140.000 per 80 euro, ovvero il prezzo base di un corso organizzato per la preparazione all’ esame Src, fanno 11,2 milioni di euro da ripartire tra chi si è specializzato in questa attività commerciale.

Considerando poi che a quanto ci risulta il 57 per cento di naviganti dispone ancora di Vhf antecedenti il 1999, avremo 85.500 persone che si vedrebbero costrette ad aggiornare il proprio Vhf con una spesa che si aggira attorno ai 300 euro: altri 25,6 milioni di euro a beneficio delle industrie di settore. Per queste il piatto diventerebbe enormemente più ricco se, come ventilato, si rendesse obbligatorio anche l’ acquisto di un impianto radio Ssb dal costo medio 900 euro, per la quasi totalità dell’ utenza nautica italiana: totale stimato 142 milioni di euro.
Inutile sindacare sulla bontà di una tecnologia come il Dsc, così come sull’ opportunità di accrescere le proprie competenze in ambito di radiotrasmissione. Ma è difficile non intravedere nell’ obbligatorietà un mero pretesto per fare cassa.
Soprattutto al netto di altre straordinarie tecnologie per la sicurezza in mare, come l’ Epirb e l’ A is, per le quali non è richiesta (almeno per il momento) alcuna abilitazione.