Il mensile pratico del mare sabato, 18 novembre 2017
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L'agonismo non fa scuola


21-07-2017 Alberto Casti

L'agonismo non fa scuola

L’importanza che diffusamente si attribuisce alla competizione velica non ha riscontri tra il pubblico di appassionati. Un paradosso che si perpetua anche nell’insegnamento

Delle cronache di regata alla maggior parte dei velisti interessa poco o niente. Non ce ne vogliano i circoli organizzatori, ma è così. Gli unici a cui preme conoscere l’esito o il regolamento di una competizione tra le boe, sono i partecipanti.
E a ben guadare non c’è nulla di cui meravigliarsi: la regata è prima di tutto uno straordinario strumento di aggregazione e di perfezionamento tecnico, ma è un momento bello da vivere in prima persona, piuttosto che da raccontare. Insomma, per dirla in termini televisivi, salvo non si tratti di Coppa America, Volvo Ocean Race, Vendée Globe e Olimpiadi, l’agonismo velico non fa share.

Eppure, chissà per quale sortilegio, quasi tutto nella nautica da diporto, dall’ informazione alla promozione, dalla progettazione alla didattica, sembra ruotare intorno alla competizione.
È stata recentemente diffusa la notizia secondo cui in un importante circolo velico affiliato alla Federazione Italiana della Vela, si sarebbero verificati gravi episodi di bullismo tra minori, nonché intimidazioni e volgari sfottò, perpetrati da un istruttore nei confronti degli allievi meno prestanti. Fatti
questi che ne ricalcano altri balzati all’onore delle cronache e che hanno avuto come teatro istituti scolastici di vario livello. Il mondo della vela non è insomma esente dalle storture più vergognose della società contemporanea. Ma se per di più a prevalere su ogni altro aspetto di una disciplina è la ricerca del risultato, è quasi matematico che tra gli allievi si instauri un criterio di disparità, a partire da chi ottiene un risultato e chi no.

Tutto ciò naturalmente contravviene a quello che dovrebbe essere l’obiettivo di una qualsivoglia attività sportiva, ossia fornire a ogni individuo la possibilità di praticare attività fisica, sviluppare le attitudini individuali, partecipare ad attività fisico-ricreative in ambienti sicuri e sani, proteggere e sviluppare le basi morali ed etiche dello sport, nonché la dignità umana. Lo sancisce la Carta Europea dello Sport.
Data poi, come si diceva, l’ inconsistenza dell’ impatto mediatico della vela sportiva nel pubblico anche di appassionati, il paradosso diventa ancora più emblematico: tanto clamore, tanta violenza nei modi, tanta umiliazione, per una regata di circolo. O più probabilmente per ignoranza.

E in questo ambito la Federazione italiana della vela ha la sua parte di responsabilità perché, quale ente di promozione sportiva, non riesce evidentemente a disciplinare come dovrebbe lo sport velico in tutte le sue forme, prediligendo, anche nella selezione degli istruttori, l’aspetto prettamente agonistico a quello culturali e sociale. Lo dimostra il percorso formativo
che un candidato istruttore deve seguire.

Prima di tutto ci sono dei prerequisiti: bisogna essere tesserati Fiv per almeno due anni consecutivi, essere presentati dal Presidente di un circolo affiliato e altre amenità burocratiche.
Quindi comincia il processo di valutazione. Il primo modulo consiste in sei giorni di attività con esame finale (addirittura anticipati in alcune zone Fiv, da una rigida pre selezione dei candidati). Al superamento di questo step si passa a un tirocinio di 82 ore, quindi al modulo conclusivo di 56 ore e relativo test di abilitazione.
Il modello, ci racconta chi ha svolto questo percorso, è puramente meritocratico sul piano delle prestazioni. Non è un’abilitazione alla professione dell’insegnante, quindi proiettato anche alla didattica, alla psicologia, all’inclusività, ma principalmente un test volto a evidenziare le abilità del candidato nel superare una serie di manovre con buona concentrazione, bassa ansia, autostima e capacità di sintesi. Con poca o nessuna considerazione delle competenze acquisite o dell’esperienza maturata nel settore nautico o, per esempio, in quello didattico-pedagogico.

Un approccio che si riflette anche sul metodo di insegnamento del neo istruttore, interessato a coltivare campioni seguendo un rigido protocollo, quindi selezionando i migliori a dispetto di tanti altri che vengono lasciati indietro. E un metodo di insegnamento che non include, ma esclude, è facile matrice di episodi di bullismo.