Il mensile pratico del mare lunedì, 20 novembre 2017
Resoconto della navigazione della barca di BOLINA. Scali a Tonga e nel celebre atollo di Suwarow.

L’Impala 41 della redazione di BOLINA naviga verso Suwarow, nell’arcipelago delle Isole Cook. L’Impala 41 della redazione di BOLINA naviga verso Suwarow, nell’arcipelago delle Isole Cook.

Il 7 luglio, alle 9 del mattino, lasciamo la boa di ormeggio dello Yacht Club di Bora Bora che ci ha ospitati alcuni giorni e usciamo in oceano da una delle più belle lagune della Polinesia. La nostra destinazione è l’atollo di Suwarow (isole Cook), prima tappa di 700 miglia e un’altra sosta intermedia alle isole Vava’u (isole Tonga) per un viaggio di circa 2.000 miglia complessive con scalo finale alle Fiji. La preparazione di un lungo viaggio a vela può durare parecchio tempo o solo alcuni giorni, comunque a un certo punto giunge il momento della partenza. Nel nostro caso, per la navigazione dalla Polinesia alle Fiji, c’è stata prima la preparazione di alcuni mesi, in Italia dove abbiamo consultato carte nautiche, libri e portolani; poi quella a bordo tra le isole di Raiatea, Tahaa e Bora Bora, durata invece circa quindici giorni.

Viaggio in tre tappe da Raiatea alle Fiji

Ogni velista ha spinte differenti a navigare a vela. In noi stavolta c’è un forte desiderio di riprendere l’oceano dopo tre anni di sosta della barca in cantiere, a causa di un uragano (BOLINA 145, pag. 55) che nel 1998 ci aveva costretto a sostituire l’albero e a riparare lo scafo di alluminio. Sentiamo il dovere, dopo una choc così severo, di riportare la barca della redazione di BOLINA, Miranda V, un’Impala 41 (12,58 m), nel suo ambiente naturale. Anche noi, per la verità, sopportiamo ormai con fastidio la vita in cantiere. Seppure la sosta forzata si è protratta in un’isola bella come Raiatea. In questi anni la barca è stata smontata a varie riprese e rimontata. Ogni volta che la raggiungevamo era soprattutto per completare un lavoro: rivedere l’impianto elettrico piuttosto che installare un nuovo apparato, mettere a punto il motore o provare una nuova vela. E ogni volta, anche se il programma di navigazione era di poche centinaia di miglia, preparavamo la barca come se dovesse attraversare l’oceano. Ora per Miranda V è giunto il momento di coprire qualche migliaio di miglia. L’emozione di sentire la barca agile e leggera quando dirigiamo la sua prua verso il largo è forte. Quasi non serve toccare il timone mentre usciamo dalla “passe” di Bora Bora. Siamo coscienti che tutto ciò che si lascia a poppa in questo sterminato oceano forse non si vedrà mai più. È impensabile, infatti, risalire un aliseo per vedere una terra che non era stata toccata in un primo passaggio. A poppa lasciamo isole visitate e altre solo osservate sulla carta nautica o dal largo perché troppo lontane dalla nostra rotta. Abbiamo imparato a conoscere e ad amare questi luoghi, qui lasciamo amici che un giorno ci auguriamo di incontrare di nuovo. Questi i pensieri che passano per la nostra testa mentre Miranda V esce dalla laguna. Proprio alla vigilia del viaggio il ricevitore di carte meteo, un Furuno 208, va in avaria nonostante l’avessimo fatto verificare in Italia in previsione della partenza. Una grana non risolvibile che ci viene confermata da una e-mail dall’Italia: “È un problema meccanico, riparabile solo in laboratorio e non con i mezzi di bordo

Il viaggio di Miranda V si è articolato lungo un percorso in tre tappe (di 700 miglia circa le prime due e di 550 l’ultima), da Raiatea (Is. della Società) a Viti Levu (Isole Fiji), con scalo a Suwarow (Isole Cook) e a Vava’u (Isole Tonga).

 

 

 

 

 

Per fortuna quest’anno ci sono numerosi italiani in Pacifico, e uno, Luigi, è addirittura giunto a Suwarow da alcuni giorni a bordo di un Euros 41 Amel di 12 metri. Un altro è Maurilio, che si trova alle isole Samoa sul suo Sciarrelli di 12 metri. Luigi e Maurilio si sono offerti di fornirci una “copertura” meteo alla radio nel corso della traversata.
Usciti dall’ormeggio sottovento dell’isola, ci coglie un aliseo sui 20 nodi. Mettiamo a punto le vele e affidiamo la barca al fedele pilota a vento Mustafà.

 

I waypoint vengono registrati sul Gps.

Poco lavoro a bordo: “Miranda” va da sola

Dopo i primi giorni di navigazione il corpo metabolizza il movimento delle lunghe onde oceaniche e si torna a cucinare gustose pastasciutte al pomodoro. Dopo i primi giorni di navigazione il corpo metabolizza il movimento delle lunghe onde oceaniche e si torna a cucinare gustose pastasciutte al pomodoro.

Diamo un ultimo sguardo a poppa a Bora Bora e aspettiamo, stando sul ponte, che la tensione della partenza svanisca, prima di iniziare la vita regolare di bordo: mangiare, riposare, verificare periodicamente le apparecchiature sotto coperta (Gps, radar, motore, sistemi di carica energetica, etc.) e l’attrezzatura in coperta (arridatoi, sartiame, vele in esercizio, gommone e zattera rizzati sul ponte). Certo, avremmo preferito un vento meno gagliardo e un mare più calmo, per abituarci alla navigazione d’altura. Piano piano ci adattiamo ugualmente.

Lasciamo che la giornata scorra e, quando giunge la prima notte, iniziamo i turni.
A bordo siamo in due (Giorgio Casti e Hilde Bianchi), un equipaggio collaudato per avere condotto finora la barca per tutto il Pacifico. Tre ore di riposo e tre ore di guardia, questi i nostri turni dal tramonto all’alba. Chi è di riposo ha la facoltà di scegliere la cuccetta più comoda, chi è di guardia ha in dotazione una sveglia contaminuti e una torcia. Ogni mezz’ora la sveglia suona, e significa che si deve verificare sul plotter la direzione della rotta e che sullo schermo del radar non vi siano ostacoli.
Poi, se serve, si dà un’occhiata fuori o una regolata alle vele, aiutandosi con la torcia.
Stavolta ci siamo concessi il lusso di navigare con la luna che da alcuni giorni ha iniziato a illuminare le notti anche qui nel Pacifico. Chi è di guardia può godere dello stupendo spettacolo della notte stellata schiarita dalla luce lunare.
Nei primi giorni di navigazione dobbiamo quasi sforzarci a consumare i pasti. Apatia e mancanza di appetito sono il sintomo del nostro particolare mal di mare. Lo combattiamo con questa dieta: risottini e minestre liofilizzate nei due pasti giornalieri, oppure parmigiano e un po’ di pane essiccato al sole, frutta fresca (papaie, pompelmi, ananas) e frutta secca (pinoli, mandorle, nocciole, uvetta) e cereali in un po’ di latte in polvere per la colazione al mattino.

Suwarow (isole Cook) è un atollo disabitato fuori da tutte le rotte e ha un’unica “passe”. È divenuto celebre perché lì visse per circa sedici anni Tom Neale, un neozelandese che ha sperimentato la vita solitaria in un’isola selvaggia.

 

 

 

 

 

Quando dopo alcuni giorni di pasti leggeri giunge il desiderio di una ricca pastasciutta al sugo, è il segnale che il nostro malessere è passato.
Le giornate sono cadenzate anche dai collegamenti radio quotidiani (frequenza 14.422 kHz) che riuniscono gli italiani che navigano in Pacifico e da quelli con i nostri “meteorologi” Luigi e Maurilio. Le carte meteo che i due navigatori ricevono dal computer di bordo collegato alla radio Ssb ci dicono che dal terzo giorno le condizioni diverranno più miti. Già avevamo notato ondulazioni più regolari nel nostro barografo. Infatti il vento cala sui 10 nodi, il mare diventa calmo e iniziamo l’avvicinamento a Suwarow.
Nonostante i nostri calcoli giungiamo a venti miglia dall’atollo in anticipo, alle quattro del mattino. Di entrare nella passe col buio, neanche a parlarne. Tanto più che Luigi ci ha fornito gli orari della bassa marea per quel giorno (12 luglio): ore 11 del mattino. Ora più propizia per entrare con assenza di corrente.
Decidiamo così di metterci in panna e attendiamo l’alba: mettiamo a collo la trinchetta, la randa con due mani viene lascata un po’ e il timone bloccato sottovento. Ci concediamo così un riposo di tre ore. Niente turni, stavolta, tanto il traffico qui, come in tutto il Pacifico, è assente. La barca deriverà allontanandosi un po’ dall’isola, ma questo non è un problema.
È incredibile come solo alcune ore di riposo forniscano tanta energia al corpo umano. Ci svegliamo freschi e riposati come raramente accade in città. Il tempo di rimettere la barca in rotta, di fare un’abbondante colazione e di procedere alle pulizie personali, ed ecco che siamo davanti alla “passe” del mitico atollo.

Out la barca degli italiani Luigi e Lazia, in rada nell’isola di Suwarow.

 

 

 

 

Alla radio Vhf Luigi ci dà le ultime istruzioni: alla fonda ci sono altre sei barche, nel piccolo ancoraggio c’è quindi spazio anche per noi. Di questa passe avevamo letto molto: dall’articolo di Rita e Renzo Russo pubblicato su BOLINA (n. 116, pag. 75) alla guida “Charlie’s Charts of Polynesia”.
In pratica, in prossimità dell’inizio dell’ingresso, al centro del canale, c’è un basso fondale che con marea minima dovrebbe essere ben visibile. La direzione da prendere per entrare è sull’allineamento di questa secca con una piccola isola a Sud della laguna. La secca va poi lasciata a sinistra stando al centro tra quest’ultima e l’isola Anchorage Island. Facile, no?

Suwarow: la passe fa tremare le gambe

Imbarcazioni ancorate nella baia di Neiafu nell’arcipelago delle Vava’u (Tonga). Imbarcazioni ancorate nella baia di Neiafu nell’arcipelago delle Vava’u (Tonga).

In effetti, seguendo queste istruzioni e quelle di Luigi, non abbiamo incontrato difficoltà. Eppure le nostre gambe hanno tremato. La storia si ripete uguale a ogni passe: massima tensione con un occhio all’allineamento, uno sguardo all’ecoscandaglio che rapidamente dà numeri sempre più bassi, una scorsa ai colori del mare che variavano dal verde smeraldo al blu intenso e mani rigide sulla ruota per dirigere la barca nella giusta direzione nonostante la corrente. Forse gli atolli come Suwarow si amano tanto perché passata la tremarella e giunti a ridosso dell’ancoraggio si viene pervasi da un’enorme felicità, quasi come se si fosse scampati a una catastrofe. Comunque qui tutto è meraviglioso, colori stupendi, silenzio rotto solo dal rombo dell’oceano sulla barriera corallina. E poi l’isola principale che fa da ridosso all’ancoraggio, di cui avevamo letto e riletto tutto ciò che potevamo, sia nel corso di questo viaggio che in passato. Suwarow era una delle isole preferite del navigatore Bernard Moitessier, ma è stata soprattutto l’isola di Tom Neale, un neozelandese che qui aveva vissuto per quasi sedici anni sperimentando la vita solitaria. Facciamo fatica a credere che ora anche noi siamo qui! Questo atollo è uno dei luoghi più sperduti del Sud Pacifico: la terra abitata più vicina è a 500 miglia. Col motore al minimo ci dirigiamo verso le barche all’ancora, frastornati da ciò che ci circonda. Luigi ci viene incontro col suo tender. Di lui conoscevamo solo la voce, così lui di noi. Ci salutiamo come vecchi amici e poi ci guida verso l’ancoraggio, di fianco al suo Out che sembra sospeso in aria, immobile, tanto l’acqua è ferma e limpida. Da bordo dell’Out ci saluta Lazia, la moglie di Luigi. A Suwarow trascorriamo solo cinque giorni (...sappiamo bene, è un delitto coprire tante miglia fuori dalle rotte per fermarsi pochi giorni in un atollo così magico...) ma ciò nonostante, si fa già sentire la voglia di riprendere il largo. La piccola comunità degli equipaggi delle barche (quattro francesi, una australiana, due italiane) hanno preso possesso dell’isola. A terra c’è la casa di Tom Neale, che ora è dei custodi dell’atollo (assenti al nostro passaggio) e che oggi è parco naturale. Quando qui abitava Tom Neale e si doveva assentare per un po’ di tempo, lasciava dei cartelli che invitavano i visitatori dell’isola a rispettare l’ambiente, a tenere pulito il bosco e a dare da mangiare alle galline. In cambio potevano utilizzare gli spazi all’aperto con tavoli per mangiare, barbecue, cogliere la frutta e prendere l’acqua piovana dai serbatoi. Quei cartelli sono ancora lì e invitano a continuare a rispettare l’isola, così come avrebbe voluto Tom Neale. Trascorriamo cinque giorni con un tale relax che al primo giorno di condizioni meteo favorevoli riprendiamo il viaggio. Miranda V esce dalla passe di Suwarow insieme ad Out di Luigi e Lazia. Loro si dirigono verso le isole Samoa, noi verso le Tonga. Il vento non si fa attendere e dopo alcune ore di bave leggere l’aliseo compare, 15 nodi, sempre da Sud-Est. Per noi un bel traverso. Continuiamo a mantenere i contatti sia con Luigi e Maurilio che con tutta la flotta italiana che dall’Australia alle Marchesi conta una quindicina di barche. Man mano che ci avviciniamo all’arcipelago delle Vava’u (Tonga) il mare diviene più fastidioso. Oramai abbiamo acquisito i ritmi del viaggio. Assolti i pochi compiti della navigazione, il nostro tempo viene impiegato per leggere libri, le guide delle Tonga e a studiare le carte del prossimo atterraggio. La preoccupazione anche stavolta è di non giungere di notte. Gigi Nava di Va Pensiero che si trova alle isole Vanuatu e Luigi Lucchetti che è in Alaska ci danno qualche istruzione sulle Vava’u. L’ingresso all’ancoraggio della località principale, Neiafu, dove si devono svolgere le pratiche di dogana è sottovento. Non c’è nessun problema, ci dicono, i fondali sono notevoli pure sotto costa e il fiordo di 6-7 miglia fino a Neiafu è ben segnalato. Stavolta giungiamo puntuali, alle otto del mattino, al waypoint esterno all’isola. È un paesaggio inaspettato quello che ci accoglie alle Vava’u: una varietà di isole, da quelle vulcaniche a picco sul mare, a quelle col reef, fino alla striscia di terra con sabbia bianca. Approdiamo alle Tonga di domenica, invece qui per il cambio di data abbiamo perso un giorno: è lunedì. Una bella trovata pubblicitaria, lo spostamento artificiale di data, così i tongani possono fregiarsi di un primato: sono i primi al mondo a vedere il nuovo giorno.

Giunti alle Tonga è d’obbligo consegnare verdura e frutta alle autorità che provvederanno a distruggerla.

Tonga: di domenica vietato lavorare

Altra curiosità di queste isole viene grazie alla volontà del re, Taufa’ahau Tupou IV, che ha vietato lo svolgimento di qualsiasi attività nella giornata di domenica. Una vacanza per legge! Alle Tonga di domenica non si fa nulla, quindi negozi sbarrati, aeroporti chiusi, niente taxi, riposo assoluto. Inoltre, chi arriva alle Tonga con della frutta e verdura a bordo, sappia che questa verrà requisita per essere distrutta. Retaggio della dominazione inglese, queste leggi in vigore anche in Nuova Zelanda, nacquero per difendere le isole da contaminazioni vegetali e animali. Più realisti dei sudditi tongani noi trascorriamo dieci giorni in queste isole a far niente, salvo qualche qualche escursione turistica a terra. Qui conosciamo Alfredo, un italiano che naviga in solitario col suo Stewball in ferro di dieci metri. Gli incontri con i navigatori nostri connazionali sono sempre molto intensi. Nella loro brevità si è portati a scambiare il massimo delle informazioni. Alfredo è partito per il suo giro del mondo quattro anni fa dal Venezuela dove ha acquistato la barca, e fedele al motto “no program no problem” cerca di cogliere il più possibile di ogni luogo dove si ferma. Alle Marchesi, per esempio, si è fermato un anno e qui alle Tonga conta di stare almeno sei mesi prima di raggiungere la Nuova Zelanda. Poi, appunto, senza programmi, continuerà il viaggio. Le Vava’u sono considerate il “paradiso” per la vela. Tra le isole non c’è mai onda e in compenso non manca il vento. Anche chi ama la subacquea trova qui acque limpide e pescose, nonché grotte sottomarine da visitare. Tra giugno e agosto, poi, al largo delle Vava’u sostano le balene, al punto che esistono delle organizzazioni che garantiscono ai turisti l’avvistamento e perfino la possibilità di fare il bagno con questi grandi cetacei. Ci apprestiamo a lasciare le Tonga e a raggiungere le Fiji con questa notizia: “Nell’area tra le Tonga e le Fiji sono stati individuati dei reef, isole emerse o vulcani, di recente formazione e quindi non segnalati sulle carte nautiche”. Un primo chiarimento ci viene da Gigi Nava che ha navigato a lungo in queste acque. Intanto esiste un elenco di questi nuovi reef, poi per raggiungere le Fiji in acque franche, basta seguire una rotta che passa per la latitudine 18° 30’, che porta dritto a uno dei passaggi per entrare nel Koro Sea (Mar delle Fiji). Ci procuriamo l’elenco di queste benedette nuove isole, definite “Uncharter reefs in Tonga-Fiji area” negli uffici della Moorings di Neiafu. Poi riportiamo sulle carte quei punti più prossimi alla nostra rotta e il giorno 2 agosto molliamo gli ormeggi e prendiamo di nuovo il largo. Questa navigazione comprende una prima parte di circa 250 miglia fino alle isole Southern Lau Group cha fanno da corollario al mare interno delle Fiji (Koro Sea), e poi altrettante miglia per raggiungere il versante Ovest di Viti Levu, l’isola più grande delle Fiji, ed entrare in un altro mare interno fino a Lautoka.Per maggiore sicurezza in caso di uragani, le imbarcazioni tirate in secco, su richiesta vengono rimessate con la deriva in una buca scavata nel terreno.

 

 

 

Quella che ci attende è una navigazione con numerosi waypoint da raggiungere (una decina) e tante variazioni di rotta. Anche i waypoint, come i punti nave delle isole misteriose, vengono riportati sulla carta poi memorizzati sia nel Gps fisso di bordo che in quello portatile. Una precauzione, questa, che ci mette al riparo da eventuali avarie o errori.
Anche in questo tratto di navigazione c’è la necessità di giungere di giorno ai passaggi tra le isole, o perlomeno nell’Oneata Passage che immette nel Koro Sea, e nel Navula Passage, ultima passe per entrare nelle acque protette di Lautoka.
Come già c’era accaduto, però, le condizioni meteo sono più gagliarde del previsto. Dalla cartina meteo letta nella bacheca della Moorings davano una previsione di 15-20 nodi di aliseo. Invece dopo un paio d’ore ci troviamo con oltre 30 nodi e un mare che monta.
Con tali condizioni la barca corre a 8-10 nodi inseguita da onde sempre più alte. Riduciamo la velatura (due mani di terzaroli alla randa e lasciamo a prua i soli 20 metri quadrati di trinchetta) ma la velocità non scende mai sotto i sette nodi.

Prima di inserirla nella buca, la carena di Miranda V viene lavata con acqua dolce.

 

 

 

 

 

 

 

Il secondo giorno il vento cala un po’, ma non il mare. Basta guardare una carta nautica per capire perché da queste parti il mare monta con tanta velocità: nel raggio di circa 200 miglia c’è una variazione di fondali tra i 3.000 e i 1.600 metri, con una riduzione fino a 250 metri in prossimità delle isole Lau.
Sollecitate dal vento le onde, già notevoli, trovano un ostacolo nell’innalzamento dei fondali e quindi si elevano fino a quelle montagne d’acqua che ora rincorrono a poppa la nostra barca. All’alba del terzo giorno ci troviamo (grazie a una “sosta” in panna di alcune ore) a transitare l’Oneata Passage.
Seguendo la direzione 18° 30’ di latitudine passiamo praticamente al centro tra l’isola Oneata, a dritta, e un piccolo reef, a sinistra. Le nostre paure erano ingiustificate (col senno del poi...), visto che questo passaggio è largo circa 5 miglia, sufficienti per navigarci in sicurezza anche di notte. Tuttavia col mare agitato e il vento che ci spingevano siamo convinti di avere fatto una buona scelta aspettando il sorgere del sole per transitare. In questi passaggi si è rivelato molto utile il radar, strumento che, anche nel tratto seguente, tra le isole del Koro Sea, ci ha dato un valido aiuto.
Il viaggio di Miranda V volge ormai al termine. Passate le isole Lau le condizioni diventano più agevoli e corriamo comunque rapidi a raggiungere i waypoint che abbiamo seminato nel nostro percorso tra le isole.

Operai scavano la buca per Miranda.

 

 

 

 

 

 

Corriamo così rapidi che per l’ennesima volta, prima di transitare il Navula Passage, dobbiamo sperimentare di nuovo, nostro malgrado, la panna. A circa venti miglia dalla passe stavolta proviamo la tecnica raccontata da Sebastiano (Jano), trovato su BOLINA n. 166, a pagina 67.
Ammainiamo tutte le vele, blocchiamo il timone sottovento e andiamo a dormire. In realtà montiamo il contaminuti ogni mezz’ora per verificare l’eventuale scarroccio, visto che il mare è ancora sostenuto e il vento è sui 20 nodi. Con nostra sorpresa Miranda V rimane per tre ore praticamente nello stesso punto, come se fosse all’ancora! All’alba ci dirigiamo verso il Navula Passage. Mano a mano che ci avviciniamo il vento cala fino a divenire una brezza, ed entriamo a motore seguendo un chiaro allineamento a terra di due pilastri di colore bianco.
Su suggerimento di Edoardo che insieme a Brunella fa charter alle isole Fiji da otto anni, all’interno delle acque protette seguiamo rigorosamente il canale delle navi. Il vento è ormai scomparso ma non ci dispiace: ci godiamo questo mare lacustre circondato da isole con spiagge bianche, raggiungendo Lautoka dove svolgiamo le complesse pratiche d’ingresso nel paese.
Dopo queste formalità burocratiche torniamo indietro di circa otto miglia per approdare a Vuda Point Marina, un porticciolo privato ricavato da un laghetto interno e collegato al mare scavando un canale nel reef. È un autentico “hurricane hole” che dovrebbe mettere al riparo le barche che qui sostano nella stagione degli uragani.

Incontro con Malingri papà del “Mustafà”

Proprio l’ultimo giorno della nostra permanenza a Vuda Point Marina, col Miranda V a riposo in una buca scavata nel terreno, abbiamo la piacevole sorpresa di incontrare Franco Malingri che col suo celebre Moana 39 rientrava da una crociera nelle vicine isole Yasawa. È stato anche grazie alle sue navigazioni, raccontate nel libro “Moana - La crociera d’altura” e nei suoi numerosi articoli scritti sulle riviste nautiche (BOLINA compresa) che noi, come altri italiani, abbiamo intrapreso le navigazioni in oceano. Inoltre Malingri è il papà del nostro fedele pilota a vento Mustafà. Grazie Franco! Un incontro breve ma simpatico, questo tra il Moana 39 di Malingri e il Miranda V, poi Franco e i suoi amici hanno ripreso il loro viaggio verso la Nuova Caledonia. Per nuovi programmi di viaggio con Miranda V è presto, ma la prossima rotta avrà come destinazione l’Australia: un altro viaggio, per nuovi racconti su queste pagine. (gio.ca.)