Il mensile pratico del mare sabato, 18 novembre 2017
Moorea
Con aerei e navi veloci il pianeta diventa piccolo e le isole più sperdute diverranno il centro del mondo della vela.

Moorea, una delle più belle tra le Isole della Società (Polinesia francese), sullo sfondo,Tahiti. Moorea, una delle più belle tra le Isole della Società (Polinesia francese), sullo sfondo,Tahiti.

Raiatea, giugno 1999 - Navi con stive riempite d’acqua come una grande piscina dove sono ormeggiate imbarcazioni da trasportare da un capo all’altro del mondo. Aerei sempre più rapidi che portano persone in venti ore in qualsiasi punto del pianeta. Questo non è il futuro, ma è già una realtà. La conseguenza, nel giro di pochi anni, sarà che il Mediterraneo, i Caraibi, il Centro America vedranno una migrazione continua di barche. Obiettivo: gli atolli più sperduti della Polinesia, le Figi, le Tonga. Nasceranno nuove professioni. Non più skipper, parola già sorpassata, ma accompagnatori di barche e soprattutto persone capaci di conservarle in efficienza, per quando l’armatore le raggiungerà in aereo per la crociera nelle isole oggi appannaggio di pochi. Prendiamo lo sterminato arcipelago delle Tuamotu, 12.500 isole delle quali solo 45 abitate. Tra questi atolli ve ne sono molti che non hanno mai visto una barca, ma neanche un abitante. E alcune di quelle con qualche centinaio di indigeni non hanno che delle piccole “passe”, i passaggi appunto che dall’oceano portano all’interno delle lagune. In queste strettoie di bassi fondali possono entrare solo le piroghe. Le navi che fanno rifornimenti di viveri per gli abitanti dei piccoli atolli devono fermarsi fuori dal reef (la barriera corallina) e il trasbordo del materiale viene fatto su barchette con pescaggio di 50-60 centimetri. Queste isole sono salve! Nessuna barca, nave o aereo potrà sbarcarvi. Salvo non inventare qualche sistema per pochi arditi da paracadutare sulla terraferma! Per tutte le isole con grandi passe, dove già oggi entrano navi con regolarità, non c’è scampo, si insedieranno hotel, piccoli “motu”, le isolette intorno alla barriera corallina diventeranno luoghi esclusivi per ville di miliardari che, grazie ai mezzi moderni, potranno far ormeggiare davanti alla residenza il loro yacht. Che altrimenti, nonostante i potenti motori e le riserve di carburante, non avrebbe mai potuto raggiungere quei luoghi. Questo è il futuro. Un futuro non lontano ma che lascia un po’ di tempo a chi, come noi velisti, amiamo ancora il lungo viaggio, il lento guadagnare dello spazio miglio dopo miglio. C’è ancora tempo, è il caso di dire, per programmare un viaggio da queste parti. Tutt’al più una volta raggiunta Tahiti, o Auckland, o Sydney si potrà scegliere di far spedire la barca di nuovo nelle acque di casa! Chi invece non ha molto tempo può visitare queste isole, prima che divengano luoghi troppo esclusivi, noleggiando sul posto una barca. Oppure facendosi portare dalle “golette” (così chiamate ancora, ma oramai sono tutte navi a motore) che ogni tre-sei mesi portano rifornimenti nelle isole più sperdute. Potete farvi sbarcare sull’atollo Fakarava, sessanta anime, o Manihki, quattrocento, e stare con loro due mesi, tre mesi, sei, finché non torna a passare una nave. Isole come queste ce ne sono a migliaia. Come Suwarrow, abitata, o meglio dire, presidiata, da una coppia di “custodi”. L’alternativa sono le isole Marchesi, i cui abitanti sono i più gentili e amabili del mondo. Non vi hanno mai visto, eppure vi accolgono con un sorriso, vi offrono frutta, pesce, la loro capanna, il loro cibo. Potrete accompagnarli nella pesca, attività di cui sono maestri; oppure dividere con loro l’avventura di una battuta di caccia al cinghiale. Qualche mese trascorso in un atollo o in un’isola delle più sperdute (questa è una caratteristica fondamentale) vi riporteranno ai valori reali dell’uomo: la vita pacifica con gli altri esseri umani, l’uso dei sensi, la conoscenza dei beni primari alla sussistenza. Occorre affrettarsi. Nessuna agenzia di viaggio organizzerà un soggiorno così avventuroso e ricco di sensazioni forti. Basta prendere un aereo, raggiungere Tahiti e da qui, carta nautica alla mano, tentare come va col primo atollo, poi un altro, un altro ancora. Ma attenzione, il rischio è quello di fermarsi. Forti sono le tentazioni di insediarsi in luoghi dove non esiste la proprietà, dove tutto è tuo, nostro... A un certo punto bisogna tornare indietro e portare il beneficio acquisito nelle città dove si vive, per testimoniare non tanto della vostra originale vacanza quanto, appunto, dei valori così primitivi e così preziosi.

"Miranda V” torna a navigare
L’atollo Nono, davanti alla baia di Taravao a Tahiti (Isole della Società), è uno dei sette “motu” che si trovano all’interno della barriera corallina dell’isola.

Il 1° giugno Miranda V è tornata in acqua. Dopo due anni trascorsi a terra nel cantiere dove era stata scaraventata giù dall’invaso da un uragano, l’opera viva dell’imbarcazione è ritornata tale nel suo elemento naturale, l’acqua salata. Siamo a Raiatea, isola della Polinesia francese 180 miglia a Nord-Ovest di Tahiti. Il programma prevede la ripresa delle condizioni “fisiche” della nostra amata barca dopo la malattia: il disalberamento, quindi la messa a punto di un nuovo albero, la cura delle ammaccature varie allo scafo, riprese con una “pezza” saldata al posto della lamiera contorta, e vari lavori di maquillage con stucco e pitture. La barca sembra tornata quella brillante di prima del passaggio devastante di “Alan”, questo il nome dato all’uragano che ha imperversato qui alla fine dell’aprile 1998. Ma una barca, lo sappiamo, già soffre nelle soste normali nei carenaggi. Possiamo immaginare ciò che accade in due anni di “far niente” con l’aggravante di un trauma! Occorre, quindi, rivitalizzare con cura e amore ogni sua parte per farle riacquistare l’ottimale condizione dinamica. Grasso di vaselina, oli disincrostanti, siliconi in spray e solidi, sono stati ben distribuiti a bozzelli, rinvii, carrelli. Poi c’è da provare la randa, ora dotata di carrelli a sfere che hanno sostituito i vecchi garrocci. Abbiamo praticamente da sperimentare una nuova vela di prua (nuova per Miranda): un fiocco olimpico, stretto di base, ma alto (40 mq), studiato appositamente per noi da Marco Pomi della veleria Hood. Questa vela dovrebbe sostituire, quando si desidera, o in casi forzati come il nostro, l’avvolgifiocco. Una vela relativamente piccola, facile da alzare e ammainare, alla quale volendo si può aggiungere la trinchetta, così da avere un armo classico a cutter. Con ciò non significa che abbiamo messo in sentina l’avvolgifiocco. Anzi, ne abbiamo pronto uno bello e nuovo, che se vorremo installeremo prima della ripresa delle lunghe traversate. Anche il motore e l’impianto elettrico hanno sofferto la sosta prolungata.

Isola di Raiatea: Miranda V dopo il passaggio dell’uragano “Alan”, nell’aprile del 1998; sopra, una fase delle operazioni di riparazione della lamiera dello scafo.

Il vecchio diesel, un Nanni Mercedes di 40 hp che ha i vent’anni della barca, dopo alcuni rigurgiti e starnuti, aiutato da dosi di integratori “alimentari” nel gasolio, ha ripreso a scoppiettare come suo solito, pazientemente, pronto a fare il suo dovere da mulo della barca. Siamo invece dovuti intervenire pesantemente sull’impianto elettrico. Via, basta con le scatolette di plastica di collegamento dei cavi dal quadro generale a quello del motore! Con l’umidità dei Tropici le scatolette in questione sono diventate un contenitore di ossido verdastro. Ciò ha mandato in tilt il funzionamento di molti apparecchi di bordo. È stato, questo, un lavoro non previsto e piuttosto impegnativo: prima e dopo la scatoletta (gettata nella “poubelle” del cantiere) ogni cavo è stato tagliato e poi collegato di nuovo con un semplice “mammut”. Non sarà un sistema elegante, e forse neanche ideale, però qui ha funzionato e, secondo gli esperti locali, è l’unico che resiste all’umidità. Il vantaggio è che tutto è a vista e quindi si vedono in tempo gli inizi di eventuali ossidazioni. Male che vada, nel nostro caso lasceremo qui la barca altri otto mesi, il prossimo anno si cambia il mammut dopo avere ripuliti i cavi. Miranda V può contare anche su una nuova pala del Mustafà, il nostro fedele timone a vento, ideato e costruito da Franco Malingri. La pala ora è in vetroresina, e sostituisce quella in alluminio danneggiata nel brutto varo di Panama. Quel giorno la barca venne letteralmente mollata due metri sopra l’acqua a causa di un errore del gruista che non aveva ben calcolato l’estensione del braccio della gru! Un giro del mondo (ormai per tornare a casa ci tocca compiere questo viaggetto) comporta tutta una serie di inconvenienti. E quindi escogitare rimedi, contromisure. E noi abbiamo sì intrapreso questo viaggio per festeggiare la nostra rivista che compiva dieci anni. Ma anche per apprendere, fare esperienza, lasciare di tanto in tanto la pur amata scrivania della redazione e vivere sul mare, anche se per pochi mesi l’anno, alla stregua di giramondo. Queste esperienze vanno poi trasmesse ai nostri lettori – questo il vero scopo del viaggio – per invitarli magari a prendere il mare sulla nostra scia. Ora la barca è davvero pronta e lasciamo Raiatea. Questa isola ormai ci è familiare. Molti i ricordi, gli amici, tra cui lo scomparso Bernard Moitessier, il quale per primo ci guidò in questa laguna; luoghi che di certo, un giorno, lasceremo col “magone”. Il bagno di prova della barca si snoderà tra le isole Sottovento: Raiatea, che appunto nella sua laguna racchiude anche Tahaa, Huahiné, Bora Bora. E se il vento ce lo consente Tahiti, Moorea, Maupiti. Solo per visitare queste sette isole, sappiamo però che ci vuole molto tempo, e di certo alcune rimarranno sulla nostra carta nautica, come tante altre centinaia di questo meraviglioso arcipelago della Polinesia. (gio.ca.)