Il mensile pratico del mare sabato, 18 novembre 2017
Un tornado ha colpito le isole della Polinesia. Danni a numerose barche, compresa quella della redazione di BOLINA.

'Miranda V' tra un'altra imbarcazione e l'hangar del cantiere 'Miranda V' tra un'altra imbarcazione e l'hangar del cantiere

06-05-11

Alan

La coda di quel fenomeno meteorologico denominato Niño ha devastato a fine aprile alcune delle Isole Sottovento della Polinesia Francese, Raiatea, Tahaa, Huahine. A memoria d’uomo, da queste parti non c’è ricordo di una depressione tropicale di tale violenza. Pare siano dovuti al Niño anche i cicloni Martin e Osea, che nel novembre scorso avevano già messo a dura prova gli abitanti delle stesse isole. Il mese di aprile è inoltre considerato “fuori” dal periodo dei cicloni, quindi nessuno si è preoccupato, anche nella numerosa colonia di velisti che vivono in Polinesia, quando sabato 25 aprile il servizio di Meteo France annunciava l’arrivo della depressione Alan che stazionava da alcuni giorni a Nord-Ovest dell’arcipelago. Il vento che accompagnava Alan era previsto da Est Sud-Est e non doveva superare i 35 nodi. E invece il suo passaggio è stato devastante, breve ma con vento misurato a 130 nodi!

06-05-11

L'albero del Miranda

L'albero del Miranda spezzato all'altezza della coperta L'albero del Miranda spezzato all'altezza della coperta

Il diario di bordo - 1998 Un tornado ha colpito le isole della Polinesia. Danni a numerose barche, compresa quella della redazione di BOLINA. 'Miranda V' tra un'altra imbarcazione e l'hangar del cantiere Alan - La coda di quel fenomeno meteorologico denominato Niño ha devastato a fine aprile alcune delle Isole Sottovento della Polinesia Francese, Raiatea, Tahaa, Huahine. A memoria d’uomo, da queste parti non c’è ricordo di una depressione tropicale di tale violenza. Pare siano dovuti al Niño anche i cicloni Martin e Osea, che nel novembre scorso avevano già messo a dura prova gli abitanti delle stesse isole. Il mese di aprile è inoltre considerato “fuori” dal periodo dei cicloni, quindi nessuno si è preoccupato, anche nella numerosa colonia di velisti che vivono in Polinesia, quando sabato 25 aprile il servizio di Meteo France annunciava l’arrivo della depressione Alan che stazionava da alcuni giorni a Nord-Ovest dell’arcipelago. Il vento che accompagnava Alan era previsto da Est Sud-Est e non doveva superare i 35 nodi. E invece il suo passaggio è stato devastante, breve ma con vento misurato a 130 nodi! Il viaggio di Miranda V, l’Impala 40 in lega leggera della redazione di BOLINA, era iniziato per “festeggiare” i dieci anni della rivista. Le 10.000 miglia previste si erano concluse nell’aprile del 1997 proprio a Raiatea, un’isola affascinante, l’unica ricca di storia, per essere stata il centro culturale e religioso dello sterminato arcipelago della Polinesia. La barca aveva riposato qui un anno, a terra su un solido invaso. Il programma di navigazione per il 1998 prevedeva una crociera nelle Isole Sottovento, alla scoperta delle meraviglie ma anche delle insidie di questi luoghi sperduti: navigazioni in lagune circondate da reef di corallo, ancoraggi in fondali profondi, passaggi in “passe” attraversate da forti correnti, salti da un’isola all’altra in pieno oceano battuto spesso da un potente Maramu, il vento dominante da Sud-Est. Doveva essere una ricerca di esperienze dirette da trasmettere ai lettori su queste pagine. Tutto ci aspettavamo tranne l’incontro con un uragano. È stato agghiacciante vedere la nostra barca miseramente sdraiata sull’invaso divelto, sotto un’altra sfortunata, il ketch di 16 metri Ocean Sunrise di 25 tonnellate, dell’italiano Gianni Fabio di Venezia. Il solido scafo di Miranda aveva retto con qualche ammaccatura, sostenendo il peso del ketch, ma non così il suo albero, troncato di netto all’uscita sul ponte, piegato ancora all’altezza della seconda crocetta e deposto sul tetto di un hangar accanto. Davanti alle due barche un altro scafo con bandiera francese, Zazie di 52 piedi costruito in alluminio, giaceva per terra per chiudere lo spettacolo davanti ai nostri occhi. Ma bastava girare lo sguardo per vedere intorno a noi altri alberi in posizione innaturale, scafi piegati gli uni sugli altri a decine. Barche che avevano coperto migliaia di miglia, provenienti da tutti i paesi del mondo, che qui, come la nostra, dovevano incontrare uno stop deciso.

È un’esperienza, questa, che ovviamente avremmo voluto evitare.
E però siamo costretti, anche stavolta, a cogliere e trasmettere ai lettori ciò che di utile può esserci in un “evento eccezionale” come questo che stiamo vivendo. Del resto sappiamo bene che per mare si va proprio alla ricerca di esperienze. E cosa c’è di meglio di un disalberamento in un luogo sperduto? Racconteremo su queste pagine come faremo (oggi ancora non lo sappiamo) ad armare un nuovo albero, magari facendolo venire dall’Europa o forse dalla più vicina Nuova Zelanda.
Abbiamo letto più volte dei pregi delle barche in metallo: “quando serve, tagli e saldi le lamiere”. Ma sarà così semplice? Di certo dovremo smontare gli interni, rimontarli, stuccare, riverniciare... E poi c’è il rapporto con la compagnia di assicurazione. Pagherà? Forse sì (lo speriamo!), ma quei denari saranno sufficienti a rimettere la barca nelle condizioni precedenti al passaggio di Alan? Insomma, tutte queste cose, e molte altre più futili, tipo “come faremo a rimettere la barca dritta sull’invaso in un’isola dove non esiste una gru?”, e poi “dove andremo ad abitare”, visto che lo spettacolo della barca danneggiata l’abbiamo scoperto appena sbarcati dall’aereo che da Papeete ci ha portati a Raiatea?

Scavare fango con il sorriso!

un articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Dépêche de la Mer" un articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Dépêche de la Mer"

Ciò che colpisce è il decoro, la tranquillità e la cortesia innata dei polinesiani, anche nella tragedia. Li abbiamo visti, donne e uomini, scavare nel fango, riparare i tetti delle loro casette, liberare le strade da alberi divelti dall’uragano, sempre sorridenti nella fatica con il tradizionale fiore tiare all’orecchio. Nei giorni precedenti il passaggio dell’uragano Alan, piogge torrenziali si erano abbattute su Raiatea e Tahaa, causando gravi danni e perdite di vite umane. Poi, la mattina del sabato 25 aprile, la pioggia e il vento erano cessati, il cielo era schiarito diventando di un blu intenso, come accade qui in pochi istanti. Sembrava una giornata come tante in questo periodo di “passaggio” dalla stagione umida a quella secca. E invece... Verso le ore 17,30, il sole era ben visibile al suo tramonto. Solo nuvole basse si vedevano lontane a Ovest e alcuni lampi, in direzione del punto in cui si trovava Alan, si stagliavano nel cielo. Con una brutalità improvvisa, verso le ore 21,45, il vento si portava su valori poi registrati tra i 100 e i 135 nodi, abbattendosi sulle coste Ovest delle isole. Il colpo di vento durava circa due ore, e l’apice più violento poco più di mezz’ora. Il fenomeno Alan è stato classificato da Meteo France come “tornado”. Il suo percorso tra le isole è stato in effetti da tromba d’aria, che si è incanalata tra Raiatea e Tahaa provenendo da Sud-Ovest attaccando le colline dal basso, come poi testimonieranno le inclinazioni degli alberi ritorti e sradicati dal vento. Alan ha continuato la sua folle corsa abbattendosi nelle valli, ha colpito Tahaa e ha proseguito la rotta sulla vicina isola di Huahine, prima di disperdersi al largo nell’oceano. Molte case, già inondate dalle forti piogge dei giorni precedenti, non hanno retto al forte vento, le strade sono diventate fiumi di fango. Chi si è trovato all’aperto in quei momenti ha raccontato di essere stato investito da un terrificante boato e non riusciva a stare in piedi, l’aria era un misto di erba triturata e acqua. Chi aveva avuto la necessità di percorrere alcuni metri per ripararsi, o per accorrere in aiuto di qualcuno, lo ha dovuto fare trattenendo il fiato in una vera apnea, inciampando in ogni genere di cose che volavano e che lo colpivano. Molti gli abitanti delle isole rimasti feriti, sia in casa che fuori, i raccolti di frutta e della poca verdura sono stati distrutti. Il mercato di Uturoa, il villaggio principale di Raiatea, di solito ricco di frutta e fiori, per settimane è apparso spoglio. La nostra disperazione per l’incidente che ha colpito Miranda diventava presto un fatto marginale. Dopo una settimana le barche finite sul reef sono state portate a terra, quelle cadute dagli invasi sono tornate in posizione naturale (Miranda compresa), si sono contati i danni, sono iniziate le perizie richieste dalle compagnie di assicurazione. Quasi tutte le barche coinvolte sono ricuperabili. Come creature ferite, ma vive, si rianimano per l’attività dei proprietari. Alcuni fortunati riprendono il mare, altri attendono giorni migliori. La tranquillità pacifica dei polinesiani è contagiosa, e presto anche noi cominciamo a vedere la situazione con i loro occhi. E poi c’è il fascino del paesaggio, il profumo dei fiori, il rombo costante dell’oceano sulla barriera corallina, il cielo sempre azzurro e il soffio caldo, giorno e notte, dell’Aliseo. Svegliamoci ragazzi, siamo pur sempre in Polinesia. Presto Miranda ci porterà di nuovo in oceano e questa avventura sarà archiviata.

Vento a 130 nodi per 45 minuti

Il silenzio dopo il passaggio dell’uragano è pesante. Le foreste delle colline di Raiatea mostrano ampie ferite da falciatrice impazzita, le strade sono inondate di fango. Al “carenage”, un grande piazzale con una cinquantina di barche a terra su invasi, alcuni capannoni, un minuscolo specchio d’acqua, una ventina di barche ai pontili in legno, uno scivolo e un travel lift, vediamo solo facce sconvolte. Scafi venuti giù dagli invasi come birilli, alberi piegati, barche nella laguna in posizione innaturale, sdraiate sul reef. Ne contiamo cinque, più un grosso catamarano rovesciato. Dopo il disastro, emerge anche un po’ di egoismo e ognuno degli armatori di barche coinvolte pensa a sé stesso. Si tende a guardare più i propri guai che quelli del vicino. Anche i gestori dei due cantieri si rivelano non all’altezza della situazione. Del resto, in buona parte dell’isola è saltata l’energia elettrica e le notizie delle centinaia di case abbattute, di vittime, lasciano poco spazio alle esigenze del “popolo delle barche”. I racconti di chi ha vissuto il passaggio di Alan all’interno di un’imbarcazione sono soprattutto di incredulità e terrore. «Verso le 21,45 il vento si alza bruscamente – racconta Claudia Vasselet del Naibi, uno sloop che è stato scaraventato a terra dall’invaso – con una lunga raffica violenta. La barca vibra intensamente, a bordo siamo molto scossi. Verso le 22,15 il rumore del vento diventa terrificante, ci sembra di essere dietro il reattore di un Boeing al decollo. In un attimo sentiamo la barca che si solleva e poi, spinta violentemente sulla dritta (in effetti poi ci ritroveremo spostati di diversi metri), sentiamo uno shock violento e un gran fracasso di stoviglie e di oggetti che volano. Poco dopo, il vento diminuisce bruscamente, poi il silenzio, una calma impressionante». Per Luisa e Thierry Jubin, lei di Torino e lui bretone, che fanno charter con il loro Sun Fizz 40 Coupe de Coeur tra Raiatea, Tahaa e Bora Bora, quella di sabato 25 aprile doveva essere una serata normale. Coupe de Coeur si trova al gavitello nella piccola baia di fronte al porticciolo Apooiti di Raiatea. Un amico vicino di barca, che aveva cenato a bordo con loro, è rientrato sulla sua barca. È ancora presto per andare a dormire, quindi Luisa e Thierry decidono di vedere un film in cassetta al televisore. «Il vento è girato all’improvviso da Sud-Ovest a Ovest – racconta Thierry – passando in pochi secondi da una lieve brezza a oltre cento nodi: abbiamo sentito un’esplosione violentissima. Avevamo già vissuto a bordo i passaggi dei cicloni del novembre scorso, ai quali ci eravamo preparati togliendo le pale del generatore eolico, i pannelli solari, il tendalino, il tender e tutto ciò che in coperta poteva volare via. Stavolta non avevamo preso alcuna precauzione perché nessuno si aspettava un fenomeno di tale violenza. Non abbiamo avuto tempo di pensare. La paura è arrivata dopo, quando abbiamo visto il disastro che ci circondava, a terra e in mare. Nella bufera sono uscito fuori a tagliare la parte del tendalino che sbatteva. Non ho potuto fare niente, invece, per il gommone, che è stato sollevato per tutta la lunghezza del cavo che lo univa alla poppa, e poi ributtato giù violentemente. Naturalmente il motore fuoribordo si è staccato e ha finito la sua esistenza in fondo alla baia. Per il resto non abbiamo subito altri danni”. L’americano John A. Traylor è stato uno dei pochi che a Raiatea ha misurato l’intensità del vento da bordo della sua barca, Beyond. «Al mattino del 25 aprile – racconta Traylor – le previsioni annunciavano una depressione tropicale a 50 miglia a Sud-Est di Raiatea, con venti dai 20 ai 25 nodi al massimo. Alle ore 21 il barometro è calato a 995 millibar. Approssimativamente alle 21,30 ho osservato verso Est dei lampi, e il vento ha girato da Nord a Sud Sud-Ovest accompagnato da un piovasco, superando, dopo 15 minuti, i 100 nodi. Il mio anemometro è accuratamente calibrato e ho potuto vedere, incredulo, che segnalava un vento tra i 1