Il mensile pratico del mare mercoledì, 22 novembre 2017
Tornado: Voglia d'atollo.
Viaggio col nuovo albero (in cargo)

Un'immagine del Taporo VI attraccato nel porto di Papeete. A bordo di questo cargo è stato trasportato da Papeete a Raiatea il nuovo albero di Miranda V, la barca della redazione. Un'immagine del Taporo VI attraccato nel porto di Papeete. A bordo di questo cargo è stato trasportato da Papeete a Raiatea il nuovo albero di Miranda V, la barca della redazione.

La nostra barca sostava dal giugno del 1997 a Raiatea in un invaso, accanto a un’altra barca italiana, il ketch di 25 tonnellate Ocean Sunrise del veneziano Gianni Fabio, che veniva letteralmente disarcionato dal suo invaso dal forte vento e rovesciato sul Miranda. Adesso il ciclone Alan è solamente un ricordo. L’agosto scorso la barca è stata armata di un nuovo albero made in New Zealand, costruito dalla Yachtspars, i danni allo scafo sono stati riparati da un cantiere locale, Marinalu, specializzato nella lavorazione dell’alluminio e, in un altro cantiere, Raiatea Carenage, si è provveduto a stuccare e riverniciare le parti ammaccate. Ora la barca riposa in un invaso nuovo, dalla base molto larga, realizzato appositamente per Miranda. Ricordiamo la prima triste immagine della barca duramente colpita, rovesciata sull’invaso che con i sui spuntoni di tubolare piegato e spezzato azzannava lo scafo. E con il glorioso albero Canclini, col quale aveva coperto decine di migliaia di miglia, spezzato in tre parti. Pensammo che da questa brutta esperienza “ne avremmo tratto molti spunti da riferire sulla rivista”. E infatti oggi, a bilancio ormai chiuso, il nostro bloc-notes è ricchissimo di appunti, abbiamo scattato numerose foto e perfino girato delle immagini video. Abbiamo vissuto giornate di apprensione: è stato complicato commissionare un albero su misura in Nuova Zelanda. Alla fine, comunque, pur alle prese con conti salati e sciacalli, siamo riusciti a chiudere la vicenda con perdite esigue. Il nostro broker assicurativo, l’inglese Pantaenius ha coperto interamente i danni e ci ha assistito il perito navale di Papeete, il Capitano Bruno Videau. Della Polinesia abbiamo scritto nel numero di settembre (pag. 47), un paradiso sperduto nell’immenso oceano Pacifico. Papeete (capoluogo dell’isola di Tahiti e dell’intera Polinesia) dista 3.500 miglia dalla costa Ovest degli Stati Uniti, 2.300 miglia dalla Nuova Zelanda, 3.200 dall’Australia, per citare solo alcune distanze che danno l’idea dell’isolamento dal resto del mondo di Tahiti e le sue isole. Questo isolamento ha reso complessa l’operazione della rimessa della barca nello stato precedente al passaggio del ciclone Alan. È stato necessario studiare nel dettaglio ogni nostra esigenza e dare ai fornitori indicazioni precise. Ci è stato di grande aiuto, in questo, l’amico Diego Volpi, un tecnico e un navigatore esperto (lo scorso anno è rientrato da un viaggio di quattro anni con la moglie Angela e la loro figlioletta Alice, dall’Italia all’Australia su un Cat 34, una barca di poco più di dieci metri, che aveva allestito da solo). Dopo una serie di contatti via e-mail e fax tra l’Italia, la Nuova Zelanda e la Polinesia, i primi di agosto Diego si è recato ad Auckland dove ha potuto assistere alla fase finale della costruzione dell’albero, verificando ogni parte prima dell’anodizzazione. Poi è volato a Raiatea dove il cantiere, già allertato, era pronto a iniziare il lavoro di taglio e sostituzione delle parti danneggiate delle lamiere dello scafo. Questo ha richiesto di smontare gli interni interessati e poi rimontarli.

Un albero neozelandese da Papeete a Raiatea

Il nuovo albero del Miranda V viene imbarcato a Papeete dal cargo Taporo Il nuovo albero del Miranda V viene imbarcato a Papeete dal cargo Taporo

Intanto ad Auckland (siamo a metà agosto) l’albero veniva ultimato, montato completamente con le crocette, le lande del sartiame, e rismontato; ciò per evitare che si presentassero dei problemi una volta assemblate tra loro le due parti dell’estruso e tutti gli accessori. Infine, i due tronconi dell’albero venivano imballati insieme a tutti gli accessori, al sartiame, al boma, al vang, alle crocette, etc. e caricati sul cargo Direct Kea: destinazione Tahiti. Il giorno 26 agosto Diego Volpi e Giorgio Casti (che scrive) si trovano al molo di Papeete, all’appuntamento con la Direct Kea. Il programma era di sbrigare, subito dopo l’arrivo della nave, tutte le pratiche di sdoganamento e trasbordo dell’albero dalla zona franca del porto al molo del Taporo VI, il piccolo cargo che tre volte la settimana collega Tahiti con le isole Sottovento: Huahine, Raiatea, Tahaa, Bora Bora. E quel mercoledì 26, alle ore 16,30, è proprio il giorno di partenza del cargo. Dobbiamo assolutamente far caricare l’albero sul Taporo VI, altrimenti rischiamo di aspettare nel molo di Papeete, col nostro albero imballato, il venerdì successivo. Il che significherebbe giungere a Raiatea di sabato e attendere il lunedì per il trasporto dell’albero dal porto al cantiere. Noi smaniamo dalla voglia di avere materialmente la disponibilità dell’albero, vederlo finito e iniziare a lavorare per montarlo. Una serie di coincidenze fortunate, unite alla cortesia dei funzionari della dogana, ci permettono in poche ore d’imbarcare l’albero sul Taporo VI. Molti dei meriti di questo exploit li dobbiamo soprattutto al “transiter” Transports Tautu che, con una rapidità inconsueta per queste latitudini, prelevava l’albero dal molo dov’era stato scaricato dalla nave arrivata dalla Nuova Zelanda, lo trasportava al molo dov’era iniziato il carico del Taporo VI, ci accompagnava perfino in auto agli uffici della compagnia del cargo per sbrigare le pratiche di imbarco e ci “raccomandava” al comandate del Taporo VI perché trattasse bene l’albero della barca dei due italiani vittime del ciclone Alan, e soprattutto imbarcasse anche noi. Nel frattempo, infatti, i biglietti disponibili per il viaggio Papeete-Raiatea erano esauriti. «Aita pea pea (no problem), il comandante ha detto che potete salire a bordo insieme al vostro albero», ci rassicura il simpatico funzionario della Transports Tautu stringendoci la mano.

Viaggio in cargo e sbarco a Raiatea

Operazioni di sbarco dell'albero a Raiatea Operazioni di sbarco dell'albero a Raiatea

Non ci sembra vero, ma dopo qualche ora, col sole che va rapidamente a nascondersi dietro l’isola di Moorea, il vecchio Taporo VI, con noi e l’albero nuovo di Miranda V, esce dalla passe di Papeete. Finalmente rilassati possiamo guardare con fiducia ai prossimi giorni. Il timore di trascorrerne alcuni sulle banchine del porto di Papeete sono scomparsi, così pure quello di ricevere l’albero danneggiato nei vari trasbordi: l’imballo neozelandese si rivela eccellente e, comunque, i vari carichi e scarichi sono stati effettuati sotto i nostri occhi. Il viaggio sul cargo è stata una piccola avventura. La nave viene caricata in ogni spazio, sia nelle stive che sul ponte, con ogni genere di merce per rifornire le isole: dalle bombole del gas alle case prefabbricate, dalle auto al legname, dalla birra all’acqua minerale, ma anche terra, cemento, perfino frutta, canne di bambù e foglie di palma di cocco intrecciate. I passeggeri più fortunati trovano posto nelle quattro cabine con aria condizionata, gli altri (noi compresi) si devono adattare alle dure lamiere del ponte. Una volta salpata la nave capiamo perché quasi tutti i polinesiani passeggeri del Taporo VI avevano tra i loro bagagli una stuoia: è il loro letto! Stese le stuoie colorate all’interno di due container vuoti, donne, bambini e anziani si distendono per passare la notte; noi restiamo sotto le stelle, seduti su uno scomodo sedile di plastica rizzato al ponte con una corda. Naturalmente sul Taporo VI non ci sono né ristorante né bar. Resistiamo a fame e sete fino alle due mattino, quando il cargo fa sosta a Huahine: mentre i marinai scaricano le merci noi scendiamo a terra dove c’è un furgone-snack. Qui tamponiamo i morsi della fame con una bistecca e patatine fritte, e la sete con una fresca birra. È notte fonda, ma evidentemente i nostri stomaci hanno ancora l’orologio dell’ora dell’Italia, dove sono le due del pomeriggio. Riprendiamo il viaggio col cargo. Ancora una ventina di miglia, e alle cinque e mezzo del mattino arriviamo a Raiatea. Ultime operazioni di sbarco e ricerca di un mezzo di trasporto per trasferire l’albero al cantiere dall’altro lato dell’isola. Evidentemente sono giorni fortunati, perché troviamo a un prezzo onesto un camion opportunamente attrezzato di gru, che dopo un paio d’ore deposita il nostro albero su cavalletti (alcuni vecchi bidoni arrugginiti) proprio sotto il Miranda V.

Assemblaggio e armo dell'albero

Sequenza del montaggio del terminale meccanico di una sartia Sequenza del montaggio del terminale meccanico di una sartia

Ci concediamo alcune ore di riposo e poi, nel pomeriggio, inizia l’assemblaggio dell’albero. Diego aveva già visto l’albero ad Auckland, quindi tutto procede bene. Facciamo passare le drizze, montiamo le crocette, recuperiamo e adattiamo i vecchi scalini, uniamo i due pezzi dell’estruso e, finalmente, possiamo ammirare tutto in un unico fusto i diciotto metri e mezzo dell’albero. I fori per unire le due parti erano già stati filettati ad Auckland, quindi a noi non resta che avvitare decine e decine di viti d’acciaio (opportunamente isolate dall’alluminio con Duralac). Poi viene la volta del sartiame, tutto con occhi pressati nella parte alta e invece con terminali tipo Sta-Lock (una versione simile made in New Zealand) in basso. Una volta armato l’albero nella sua sede, tagliamo il sartiame su misura e poi lo colleghiamo agli arridatoi con i terminali meccanici. L’albero, almeno a prima vista, si rivela di buona fattura, soprattutto per alcuni particolari: 1. nel punto di attacco delle crocette c’è un solido collare di alluminio saldato all’albero; 2. le lande sono in fusione d’acciaio, con un perno d’attacco del sartiame ingrossato nel punto dove più agisce il terminale della sartia; 3. il puntale delle crocette è in fusione d’alluminio, una parte saldata alla crocetta e l’altra chiude il cavo con una “guancia” fissata con due bulloni nella testa; 4. nel punto di uscita della drizza più bassa in coperta, l’interno dell’albero è riempito per un certo tratto di un prodotto puliuretanico opportunamente sagomato, che abbiamo reso stagno con un bagno di Sikaflex molto liquido, che non permetterà all’acqua, che penetra dalle feritoie dell’albero, di finire all’interno della barca; 5. l’albero va sottocoperta passando nel vecchio foro (più grande: l’albero precedente era di sezione maggiore) all’interno di un collare fissato alla coperta con sei bulloni passanti; tra il collare e l’albero vi sono tre guarnizioni circolari, tipo “o-ring”, che secondo il costruttore hanno il compito di evitare il passaggio d’acqua sotto la superficie della coperta. Infine l’albero è dotato di alcune soluzioni moderne non presenti su quello vecchio: la rotaia dove scorrono dei nuovi carrelli cuciti alla nostra randa Hood in luogo dei garrocci; lazy jack per raccogliere meglio la randa quando viene ammainata; vang rigido a molla e paranco che evita l’amantiglio. Una volta piazzato l’albero al suo posto, Miranda V riacquista dignità. Una barca a vela senza albero è senz’anima; dopo averla vista agonizzante, ammirarla col suo “palo” è stata per noi un’emozione. Crediamo di aver dato a Miranda V il miglior albero, disponibile così rapidamente in quelle terre lontane. E siamo certi che lei ci ripagherà con nuove esaltanti navigazioni. A pochi metri da Miranda riposa anche Tamata, la gloriosa e ultima barca del grande navigatore Bernard Moitessier. Forse anche per questa presenza e per il ricordo dell’amico Bernard, con quale abbiamo navigato proprio nelle acque di Raiatea e Tahaa, da questa esperienza abbiamo imparato ad agire con molta calma: Alan è stato un contrattempo, il nostro programma si è solo interrotto di una stagione. Il rombo dell’oceano Pacifico che rompe sulla barriera corallina ci ha accompagnato nella dura impresa di rimettere a nuovo la barca. Torneremo qui la prossima stagione per prove tecniche e per mettere a punto, senza fretta, l’imbarcazione. Il mare della Polinesia ci aspetta con le sue stupende isole e i magici atolli. Quel discolo del ciclone Alan ci ha insegnato ad amare ancora di più questi luoghi. Grazie Alan ma, per piacere, non farlo più.