Il diario di bordo - 2000
2.000 MIGLIA CON MIRANDA
Resoconto della navigazione della barca
di BOLINA. Scali a Tonga e nel celebre atollo di Suwarow.
LImpala 41 della redazione di BOLINA
naviga verso Suwarow, nellarcipelago delle Isole Cook.
Il 7 luglio, alle 9 del mattino, lasciamo
la boa di ormeggio dello Yacht Club di Bora Bora che ci ha ospitati
alcuni giorni e usciamo in oceano da una delle più belle lagune
della Polinesia. La nostra destinazione è latollo di Suwarow
(isole Cook), prima tappa di 700 miglia e unaltra sosta intermedia
alle isole Vavau (isole Tonga) per un viaggio di circa 2.000 miglia
complessive con scalo finale alle Fiji. La preparazione di un lungo
viaggio a vela può durare parecchio tempo o solo alcuni giorni,
comunque a un certo punto giunge il momento della partenza. Nel nostro
caso, per la navigazione dalla Polinesia alle Fiji, cè
stata prima la preparazione di alcuni mesi, in Italia dove abbiamo consultato
carte nautiche, libri e portolani; poi quella a bordo tra le isole di
Raiatea, Tahaa e Bora Bora, durata invece circa quindici giorni.
Viaggio in tre tappe da Raiatea alle
Fiji
Ogni velista ha spinte differenti a navigare
a vela. In noi stavolta cè un forte desiderio di riprendere
loceano dopo tre anni di sosta della barca in cantiere, a causa
di un uragano (BOLINA 145, pag. 55) che nel 1998 ci aveva costretto
a sostituire lalbero e a riparare lo scafo di alluminio.
Sentiamo il dovere, dopo una choc così severo, di riportare la
barca della redazione di BOLINA, Miranda V, unImpala 41 (12,58
m), nel suo ambiente naturale. Anche noi, per la verità, sopportiamo
ormai con fastidio la vita in cantiere. Seppure la sosta forzata si
è protratta in unisola bella come Raiatea. 
In questi anni la barca è stata smontata a varie riprese e rimontata.
Ogni volta che la raggiungevamo era soprattutto per completare un lavoro:
rivedere limpianto elettrico piuttosto che installare un nuovo
apparato, mettere a punto il motore o provare una nuova vela. E ogni
volta, anche se il programma di navigazione era di poche centinaia di
miglia, preparavamo la barca come se dovesse attraversare loceano.
Ora per Miranda V è giunto il momento di coprire qualche migliaio
di miglia.
Lemozione di sentire la barca agile e leggera quando dirigiamo
la sua prua verso il largo è forte. Quasi non serve toccare il
timone mentre usciamo dalla passe di Bora Bora.
Siamo coscienti che tutto ciò che si lascia a poppa in questo
sterminato oceano forse non si vedrà mai più. È
impensabile, infatti, risalire un aliseo per vedere una terra che non
era stata toccata in un primo passaggio. A poppa lasciamo isole visitate
e altre solo osservate sulla carta nautica o dal largo perché
troppo lontane dalla nostra rotta. Abbiamo imparato a conoscere e ad
amare questi luoghi, qui lasciamo amici che un giorno ci auguriamo di
incontrare di nuovo. Questi i pensieri che passano per la nostra testa
mentre Miranda V esce dalla laguna.
Proprio alla vigilia del viaggio il ricevitore di carte meteo, un Furuno
208, va in avaria nonostante lavessimo fatto verificare in Italia
in previsione della partenza. Una grana non risolvibile che ci viene
confermata da una e-mail dallItalia: È un problema
meccanico, riparabile solo in laboratorio e non con i mezzi di bordo

Il viaggio di Miranda V si è articolato lungo un percorso in
tre tappe (di 700 miglia circa le prime due e di 550 lultima),
da Raiatea (Is. della Società) a Viti Levu (Isole Fiji), con
scalo a Suwarow (Isole Cook) e a Vavau (Isole Tonga).
Per fortuna questanno ci sono numerosi
italiani in Pacifico, e uno, Luigi, è addirittura giunto a Suwarow
da alcuni giorni a bordo di un Euros 41 Amel di 12 metri. Un altro è
Maurilio, che si trova alle isole Samoa sul suo Sciarrelli di 12 metri.
Luigi e Maurilio si sono offerti di fornirci una copertura
meteo alla radio nel corso della traversata.
Usciti dallormeggio sottovento dellisola, ci coglie un aliseo
sui 20 nodi. Mettiamo a punto le vele e affidiamo la barca al fedele
pilota a vento Mustafà.

I waypoint vengono registrati sul Gps.
Poco lavoro a bordo: Miranda
va da sola
Diamo un ultimo sguardo a poppa a Bora Bora e aspettiamo,
stando sul ponte, che la tensione della partenza svanisca, prima di
iniziare la vita regolare di bordo: mangiare, riposare, verificare periodicamente
le apparecchiature sotto coperta (Gps, radar, motore, sistemi di carica
energetica, etc.) e lattrezzatura in coperta (arridatoi, sartiame,
vele in esercizio, gommone e zattera rizzati sul ponte).
Certo, avremmo preferito un vento meno gagliardo e un mare più
calmo, per abituarci alla navigazione daltura. Piano piano ci
adattiamo ugualmente.
Dopo i primi giorni di navigazione il corpo metabolizza il movimento
delle lunghe onde oceaniche e si torna a cucinare gustose pastasciutte
al pomodoro.
Lasciamo che la giornata scorra e, quando
giunge la prima notte, iniziamo i turni.
A bordo siamo in due (Giorgio Casti e Hilde Bianchi), un equipaggio
collaudato per avere condotto finora la barca per tutto il Pacifico.
Tre ore di riposo e tre ore di guardia, questi i nostri turni dal tramonto
allalba. Chi è di riposo ha la facoltà di scegliere
la cuccetta più comoda, chi è di guardia ha in dotazione
una sveglia contaminuti e una torcia. Ogni mezzora la sveglia
suona, e significa che si deve verificare sul plotter la direzione della
rotta e che sullo schermo del radar non vi siano ostacoli.
Poi, se serve, si dà unocchiata fuori o una regolata alle
vele, aiutandosi con la torcia.
Stavolta ci siamo concessi il lusso di navigare con la luna che da alcuni
giorni ha iniziato a illuminare le notti anche qui nel Pacifico. Chi
è di guardia può godere dello stupendo spettacolo della
notte stellata schiarita dalla luce lunare.
Nei primi giorni di navigazione dobbiamo quasi sforzarci a consumare
i pasti. Apatia e mancanza di appetito sono il sintomo del nostro particolare
mal di mare. Lo combattiamo con questa dieta: risottini e minestre liofilizzate
nei due pasti giornalieri, oppure parmigiano e un po di pane essiccato
al sole, frutta fresca (papaie, pompelmi, ananas) e frutta secca (pinoli,
mandorle, nocciole, uvetta) e cereali in un po di latte in polvere
per la colazione al mattino.

Suwarow (isole Cook) è un atollo disabitato fuori da tutte le
rotte e ha ununica passe. È divenuto celebre
perché lì visse per circa sedici anni Tom Neale, un neozelandese
che ha sperimentato la vita solitaria in unisola selvaggia.
Quando dopo alcuni giorni di pasti leggeri giunge il desiderio di una
ricca pastasciutta al sugo, è il segnale che il nostro malessere
è passato.
Le giornate sono cadenzate anche dai collegamenti radio quotidiani (frequenza
14.422 kHz) che riuniscono gli italiani che navigano in Pacifico e da
quelli con i nostri meteorologi Luigi e Maurilio. Le carte
meteo che i due navigatori ricevono dal computer di bordo collegato
alla radio Ssb ci dicono che dal terzo giorno le condizioni diverranno
più miti. Già avevamo notato ondulazioni più regolari
nel nostro barografo. Infatti il vento cala sui 10 nodi, il mare diventa
calmo e iniziamo lavvicinamento a Suwarow.
Nonostante i nostri calcoli giungiamo a venti miglia dallatollo
in anticipo, alle quattro del mattino. Di entrare nella passe col buio,
neanche a parlarne. Tanto più che Luigi ci ha fornito gli orari
della bassa marea per quel giorno (12 luglio): ore 11 del mattino. Ora
più propizia per entrare con assenza di corrente.
Decidiamo così di metterci in panna e attendiamo lalba:
mettiamo a collo la trinchetta, la randa con due mani viene lascata
un po e il timone bloccato sottovento. Ci concediamo così
un riposo di tre ore. Niente turni, stavolta, tanto il traffico qui,
come in tutto il Pacifico, è assente. La barca deriverà
allontanandosi un po dallisola, ma questo non è un
problema.
È incredibile come solo alcune ore di riposo forniscano tanta
energia al corpo umano. Ci svegliamo freschi e riposati come raramente
accade in città. Il tempo di rimettere la barca in rotta, di
fare unabbondante colazione e di procedere alle pulizie personali,
ed ecco che siamo davanti alla passe del mitico atollo.
Out la barca degli italiani Luigi e Lazia, in rada nellisola di
Suwarow.
Alla radio Vhf Luigi ci dà le ultime istruzioni:
alla fonda ci sono altre sei barche, nel piccolo ancoraggio cè
quindi spazio anche per noi. Di questa passe avevamo letto molto: dallarticolo
di Rita e Renzo Russo pubblicato su BOLINA (n. 116, pag. 75) alla guida
Charlies Charts of Polynesia.
In pratica, in prossimità dellinizio dellingresso,
al centro del canale, cè un basso fondale che con marea
minima dovrebbe essere ben visibile. La direzione da prendere per entrare
è sullallineamento di questa secca con una piccola isola
a Sud della laguna. La secca va poi lasciata a sinistra stando al centro
tra questultima e lisola Anchorage Island. Facile, no?
Suwarow: la passe fa tremare le gambe
In effetti, seguendo queste istruzioni e quelle di
Luigi, non abbiamo incontrato difficoltà. Eppure le nostre gambe
hanno tremato. La storia si ripete uguale a ogni passe: massima tensione
con un occhio allallineamento, uno sguardo allecoscandaglio
che rapidamente dà numeri sempre più bassi, una scorsa
ai colori del mare che variavano dal verde smeraldo al blu intenso e
mani rigide sulla ruota per dirigere la barca nella giusta direzione
nonostante la corrente.
Forse gli atolli come Suwarow si amano tanto perché passata la
tremarella e giunti a ridosso dellancoraggio si viene pervasi
da unenorme felicità, quasi come se si fosse scampati a
una catastrofe. Comunque qui tutto è meraviglioso, colori stupendi,
silenzio rotto solo dal rombo delloceano sulla barriera corallina.
E poi lisola principale che fa da ridosso allancoraggio,
di cui avevamo letto e riletto tutto ciò che potevamo, sia nel
corso di questo viaggio che in passato.
Suwarow era una delle isole preferite del navigatore Bernard Moitessier,
ma è stata soprattutto lisola di Tom Neale, un neozelandese
che qui aveva vissuto per quasi sedici anni sperimentando la vita solitaria.
Facciamo fatica a credere che ora anche noi siamo qui! Questo atollo
è uno dei luoghi più sperduti del Sud Pacifico: la terra
abitata più vicina è a 500 miglia.
Col motore al minimo ci dirigiamo verso le barche allancora, frastornati
da ciò che ci circonda. Luigi ci viene incontro col suo tender.
Di lui conoscevamo solo la voce, così lui di noi. Ci salutiamo
come vecchi amici e poi ci guida verso lancoraggio, di fianco
al suo Out che sembra sospeso in aria, immobile, tanto lacqua
è ferma e limpida. Da bordo dellOut ci saluta Lazia, la
moglie di Luigi.
A Suwarow trascorriamo solo cinque giorni (...sappiamo bene, è
un delitto coprire tante miglia fuori dalle rotte per fermarsi pochi
giorni in un atollo così magico...) ma ciò nonostante,
si fa già sentire la voglia di riprendere il largo. La piccola
comunità degli equipaggi delle barche (quattro francesi, una
australiana, due italiane) hanno preso possesso dellisola. A terra
cè la casa di Tom Neale, che ora è dei custodi dellatollo
(assenti al nostro passaggio) e che oggi è parco naturale.
Quando qui abitava Tom Neale e si doveva assentare per un po di
tempo, lasciava dei cartelli che invitavano i visitatori dellisola
a rispettare lambiente, a tenere pulito il bosco e a dare da mangiare
alle galline. In cambio potevano utilizzare gli spazi allaperto
con tavoli per mangiare, barbecue, cogliere la frutta e prendere lacqua
piovana dai serbatoi.
Imbarcazioni ancorate nella baia di Neiafu nellarcipelago delle
Vavau (Tonga).
Quei cartelli sono ancora lì e invitano a continuare
a rispettare lisola, così come avrebbe voluto Tom Neale.
Trascorriamo cinque giorni con un tale relax che al primo giorno di
condizioni meteo favorevoli riprendiamo il viaggio. Miranda V esce dalla
passe di Suwarow insieme ad Out di Luigi e Lazia. Loro si dirigono verso
le isole Samoa, noi verso le Tonga. Il vento non si fa attendere e dopo
alcune ore di bave leggere laliseo compare, 15 nodi, sempre da
Sud-Est. Per noi un bel traverso.
Continuiamo a mantenere i contatti sia con Luigi e Maurilio che con
tutta la flotta italiana che dallAustralia alle Marchesi conta
una quindicina di barche. Man mano che ci avviciniamo allarcipelago
delle Vavau (Tonga) il mare diviene più fastidioso.
Oramai abbiamo acquisito i ritmi del viaggio. Assolti i pochi compiti
della navigazione, il nostro tempo viene impiegato per leggere libri,
le guide delle Tonga e a studiare le carte del prossimo atterraggio.
La preoccupazione anche stavolta è di non giungere di notte.
Gigi Nava di Va Pensiero che si trova alle isole Vanuatu e Luigi Lucchetti
che è in Alaska ci danno qualche istruzione sulle Vavau.
Lingresso allancoraggio della località principale,
Neiafu, dove si devono svolgere le pratiche di dogana è sottovento.
Non cè nessun problema, ci dicono, i fondali sono notevoli
pure sotto costa e il fiordo di 6-7 miglia fino a Neiafu è ben
segnalato.
Stavolta giungiamo puntuali, alle otto del mattino, al waypoint esterno
allisola. È un paesaggio inaspettato quello che ci accoglie
alle Vavau: una varietà di isole, da quelle vulcaniche
a picco sul mare, a quelle col reef, fino alla striscia di terra con
sabbia bianca.
Approdiamo alle Tonga di domenica, invece qui per il cambio di data
abbiamo perso un giorno: è lunedì. Una bella trovata pubblicitaria,
lo spostamento artificiale di data, così i tongani possono fregiarsi
di un primato: sono i primi al mondo a vedere il nuovo giorno.

Giunti alle Tonga è dobbligo consegnare verdura e frutta
alle autorità che provvederanno a distruggerla.
Tonga: di domenica vietato lavorare
Altra curiosità di queste isole viene grazie
alla volontà del re, Taufaahau Tupou IV, che ha vietato
lo svolgimento di qualsiasi attività nella giornata di domenica.
Una vacanza per legge! Alle Tonga di domenica non si fa nulla, quindi
negozi sbarrati, aeroporti chiusi, niente taxi, riposo assoluto. Inoltre,
chi arriva alle Tonga con della frutta e verdura a bordo, sappia che
questa verrà requisita per essere distrutta. Retaggio della dominazione
inglese, queste leggi in vigore anche in Nuova Zelanda, nacquero per
difendere le isole da contaminazioni vegetali e animali.
Più realisti dei sudditi tongani noi trascorriamo dieci giorni
in queste isole a far niente, salvo qualche qualche escursione turistica
a terra. Qui conosciamo Alfredo, un italiano che naviga in solitario
col suo Stewball in ferro di dieci metri. Gli incontri con i navigatori
nostri connazionali sono sempre molto intensi. Nella loro brevità
si è portati a scambiare il massimo delle informazioni.
Alfredo è partito per il suo giro del mondo quattro anni fa dal
Venezuela dove ha acquistato la barca, e fedele al motto no program
no problem cerca di cogliere il più possibile di ogni luogo
dove si ferma.
Alle Marchesi, per esempio, si è fermato un anno e qui alle Tonga
conta di stare almeno sei mesi prima di raggiungere la Nuova Zelanda.
Poi, appunto, senza programmi, continuerà il viaggio.
Le Vavau sono considerate il paradiso per la vela.
Tra le isole non cè mai onda e in compenso non manca il
vento. Anche chi ama la subacquea trova qui acque limpide e pescose,
nonché grotte sottomarine da visitare. Tra giugno e agosto, poi,
al largo delle Vavau sostano le balene, al punto che esistono
delle organizzazioni che garantiscono ai turisti lavvistamento
e perfino la possibilità di fare il bagno con questi grandi cetacei.
Ci apprestiamo a lasciare le Tonga e a raggiungere le Fiji con questa
notizia: Nellarea tra le Tonga e le Fiji sono stati individuati
dei reef, isole emerse o vulcani, di recente formazione e quindi non
segnalati sulle carte nautiche. Un primo chiarimento ci viene
da Gigi Nava che ha navigato a lungo in queste acque. Intanto esiste
un elenco di questi nuovi reef, poi per raggiungere le Fiji in acque
franche, basta seguire una rotta che passa per la latitudine 18°
30, che porta dritto a uno dei passaggi per entrare nel Koro Sea
(Mar delle Fiji).
Ci procuriamo lelenco di queste benedette nuove isole, definite
Uncharter reefs in Tonga-Fiji area negli uffici della Moorings
di Neiafu. Poi riportiamo sulle carte quei punti più prossimi
alla nostra rotta e il giorno 2 agosto molliamo gli ormeggi e prendiamo
di nuovo il largo.
Questa navigazione comprende una prima parte di circa 250 miglia fino
alle isole Southern Lau Group cha fanno da corollario al mare interno
delle Fiji (Koro Sea), e poi altrettante miglia per raggiungere il versante
Ovest di Viti Levu, lisola più grande delle Fiji, ed entrare
in un altro mare interno fino a Lautoka.
Per maggiore sicurezza in caso di uragani, le imbarcazioni tirate in
secco, su richiesta vengono rimessate con la deriva in una buca scavata
nel terreno.

Quella che ci attende è una navigazione
con numerosi waypoint da raggiungere (una decina) e tante variazioni
di rotta. Anche i waypoint, come i punti nave delle isole misteriose,
vengono riportati sulla carta poi memorizzati sia nel Gps fisso di bordo
che in quello portatile. Una precauzione, questa, che ci mette al riparo
da eventuali avarie o errori.
Anche in questo tratto di navigazione cè la necessità
di giungere di giorno ai passaggi tra le isole, o perlomeno nellOneata
Passage che immette nel Koro Sea, e nel Navula Passage, ultima passe
per entrare nelle acque protette di Lautoka.
Come già cera accaduto, però, le condizioni meteo
sono più gagliarde del previsto. Dalla cartina meteo letta nella
bacheca della Moorings davano una previsione di 15-20 nodi di aliseo.
Invece dopo un paio dore ci troviamo con oltre 30 nodi e un mare
che monta.
Con tali condizioni la barca corre a 8-10 nodi inseguita da onde sempre
più alte. Riduciamo la velatura (due mani di terzaroli alla randa
e lasciamo a prua i soli 20 metri quadrati di trinchetta) ma la velocità
non scende mai sotto i sette nodi.
Prima di inserirla nella buca, la carena di Miranda V viene lavata con
acqua dolce.
Il secondo giorno il vento cala un po, ma non il mare. Basta guardare
una carta nautica per capire perché da queste parti il mare monta
con tanta velocità: nel raggio di circa 200 miglia cè
una variazione di fondali tra i 3.000 e i 1.600 metri, con una riduzione
fino a 250 metri in prossimità delle isole Lau.
Sollecitate dal vento le onde, già notevoli, trovano un ostacolo
nellinnalzamento dei fondali e quindi si elevano fino a quelle
montagne dacqua che ora rincorrono a poppa la nostra barca. Allalba
del terzo giorno ci troviamo (grazie a una sosta in panna
di alcune ore) a transitare lOneata Passage.
Seguendo la direzione 18° 30 di latitudine passiamo praticamente
al centro tra lisola Oneata, a dritta, e un piccolo reef, a sinistra.
Le nostre paure erano ingiustificate (col senno del poi...), visto che
questo passaggio è largo circa 5 miglia, sufficienti per navigarci
in sicurezza anche di notte. Tuttavia col mare agitato e il vento che
ci spingevano siamo convinti di avere fatto una buona scelta aspettando
il sorgere del sole per transitare. In questi passaggi si è rivelato
molto utile il radar, strumento che, anche nel tratto seguente, tra
le isole del Koro Sea, ci ha dato un valido aiuto.
Il viaggio di Miranda V volge ormai al termine. Passate le isole Lau
le condizioni diventano più agevoli e corriamo comunque rapidi
a raggiungere i waypoint che abbiamo seminato nel nostro percorso tra
le isole.

Operai scavano la buca per Miranda.
Corriamo così rapidi che per lennesima
volta, prima di transitare il Navula Passage, dobbiamo sperimentare
di nuovo, nostro malgrado, la panna. A circa venti miglia dalla passe
stavolta proviamo la tecnica raccontata da Sebastiano (Jano), trovato
su BOLINA n. 166, a pagina 67.
Ammainiamo tutte le vele, blocchiamo il timone sottovento e andiamo
a dormire. In realtà montiamo il contaminuti ogni mezzora
per verificare leventuale scarroccio, visto che il mare è
ancora sostenuto e il vento è sui 20 nodi. Con nostra sorpresa
Miranda V rimane per tre ore praticamente nello stesso punto, come se
fosse allancora! Allalba ci dirigiamo verso il Navula Passage.
Mano a mano che ci avviciniamo il vento cala fino a divenire una brezza,
ed entriamo a motore seguendo un chiaro allineamento a terra di due
pilastri di colore bianco.
Su suggerimento di Edoardo che insieme a Brunella fa charter alle isole
Fiji da otto anni, allinterno delle acque protette seguiamo rigorosamente
il canale delle navi. Il vento è ormai scomparso ma non ci dispiace:
ci godiamo questo mare lacustre circondato da isole con spiagge bianche,
raggiungendo Lautoka dove svolgiamo le complesse pratiche dingresso
nel paese.
Dopo queste formalità burocratiche torniamo indietro di circa
otto miglia per approdare a Vuda Point Marina, un porticciolo privato
ricavato da un laghetto interno e collegato al mare scavando un canale
nel reef. È un autentico hurricane hole che dovrebbe
mettere al riparo le barche che qui sostano nella stagione degli uragani.
Incontro con Malingri papà del Mustafà
Proprio lultimo giorno della nostra permanenza
a Vuda Point Marina, col Miranda V a riposo in una buca scavata nel
terreno, abbiamo la piacevole sorpresa di incontrare Franco Malingri
che col suo celebre Moana 39 rientrava da una crociera nelle vicine
isole Yasawa.
È stato anche grazie alle sue navigazioni, raccontate nel libro
Moana - La crociera daltura e nei suoi numerosi articoli
scritti sulle riviste nautiche (BOLINA compresa) che noi, come altri
italiani, abbiamo intrapreso le navigazioni in oceano. Inoltre Malingri
è il papà del nostro fedele pilota a vento Mustafà.
Grazie Franco! Un incontro breve ma simpatico, questo tra il Moana 39
di Malingri e il Miranda V, poi Franco e i suoi amici hanno ripreso
il loro viaggio verso la Nuova Caledonia.
Per nuovi programmi di viaggio con Miranda V è presto, ma la
prossima rotta avrà come destinazione lAustralia: un altro
viaggio, per nuovi racconti su queste pagine. (gio.ca.)