Il mensile pratico del mare giovedì, 23 maggio 2019
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Fuga in Pacifico? Si può fare!


10-05-2019 Carlo Auriemma

Lasciare la terraferma per alzare le vele e girovagare nel più grande oceano del pianeta, un sogno intrapreso da molte persone che hanno barattato la “vita comoda” per la libertà

Fuga in Pacifico? Si può fare!
 
«Ho avuto tanto dalla vita. Ho lavorato, ho un po’ di denaro e ora superati i 50 anni vorrei andare a vivere in barca nei mari del Sud». 
È un nostro amico che lo dice. Un sognatore, certo, ma anche una persona solida, che ha navigato tanto e sa di cosa sta parlando. La sua idea? Passare i prossimi 10, 15 anni nel limbo dorato delle isole del Pacifico. Ma si può fare? Ci sono altri che lo hanno fatto?
 
L’idea non è nuova, né strampalata come sembra. Lo hanno fatto in molti e non solo velisti. 
Nel 1895 il pittore Paul Gauguin si trasferì da Parigi a Papeete: «Parto per starmene tranquillo lontano dalla civiltà. Voglio fare dell’arte semplice, a contatto con la natura ancora vergine, voglio vedere solo selvaggi e vivere la loro vita». Anche a Papeete, dopo un po’, la vita gli sembrò troppo sofisticata e si spostò alle Marchesi, ancora più selvagge e naturali dove rimase fino alla morte. Il suo, però, non fu un soggiorno felice. In quel periodo produsse opere che sono diventate famose, ebbe molte mogli e qualche figlio, ma riuscì a litigare con tutti. Con le autorità coloniali, con i capi tradizionali, con gli amici e con quelli che gli volevano bene, ma tutto ciò probabilmente era dovuto al suo carattere bizzarro.
 
Andò meglio allo scrittore Robert Louis Stevenson, che dopo un primo soggiorno nei mari del Sud per curare una malattia polmonare, nel 1890 si trasferì definitivamente alle Samoa, dove visse serenamente gli ultimi anni di vita riverito dagli indigeni che lo chiamavano Tusitala, il cantastorie. Alla sua morte i samoani formarono una catena umana lunga qualche chilometro per far passare la salma, a braccia, dalla sua casa fino a quel tumulo affacciato sul mare dove riposa ancora oggi. Poi sono arrivati i navigatori.
 
Nel 1969 Bernard Moitessier stava partecipando alla Golden Globe Race, la prima regata per solitari attorno al mondo. A 2/3 del percorso era in testa alla flotta, ma i tanti mesi di solitudine in mezzo all’oceano avevano cambiato il suo modo di vedere le cose. Rinunciando alla vittoria e al premio di 5.000 sterline, cambiò rotta e puntò verso la Polinesia francese perché era lì che aveva deciso di passare il resto della propria vita. E in Polinesia francese restò per 13 anni, navigando, scrivendo, giocando a vivere semplicemente in atolli disabitati, finché un ciclone non gli distrusse la barca e lo costrinse a tornare in Francia. Accanto a quelli famosi ce ne sono poi tanti altri che nessuno conosce.
 
Alle Fiji, da una decina d’anni, c’è per esempio una barca tedesca con a bordo una coppia di ottuagenari. Il ritegno ci ha impedito di abbordarli per chiedere chi fossero, ma la barca parlava per loro. Scafo di ferro in perfetto stato, timone a vento, pannelli solari e lungo la fiancata tante fasce con scritto: “Vivi semplicemente così che anche gli altri possano farlo”. “Salviamo il nostro pianeta, perché è l’unico che abbiamo”
Quelle fasce raccontavano tutto del perché avevano scelto di vivere in barca e del perché in Pacifico.
Ma se si volesse farlo per davvero dove si può andare? Che difficoltà si devono prevedere? (continua su Bolina di maggio, in edicola)