Il mensile pratico del mare lunedì, 21 ottobre 2019
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La vela nella comunicazione


21-06-2019 Alberto Casti

Non è vero che i media non ne parlano. Tv e radio lo fanno, ma troppo spesso male perché vincolati al gesto atletico, al gossip e alla “monetizzazione” dei contenuti

La vela nella comunicazione

 

La vela è uno sport che non buca lo schermo”, si dice; non fa audience. Nonostante lo sviluppo di nuove tecnologie e dell’azione dirompente dei social network, dal punto di vista della comunicazione il nostro sport preferito è considerato “marginale”. Eppure, secondo i dati forniti dal Coni nel documento I numeri dello Sport, su 63 discipline sportive, la vela con i suoi 141.672 atleti iscritti, si colloca all’ 8° posto, dietro il nuoto, la pesca sportiva, l’atletica leggera, la pallacanestro, la pallavolo, il tennis e il calcio. Per di più con primati straordinari in alcune regioni d’Italia: è la seconda disciplina praticata in Liguria, la terza in Friuli Venezia Giulia e la quinta in Abruzzo.

Il rapporto del Coni raccoglie solo parzialmente le informative di altri enti di promozione sportiva, ma l’indicazione statistica è chiara: nel Belpaese la vela è una delle attività più praticate.
La carta stampata no, ma televisione e radio, seppure timidamente, lo hanno capito. Lo dimostrano i servizi di Rai Sport con incursioni nella vela e la trasmissione l’Uomo e il mare (in onda ogni giovedì alle ore 18), i documentari dei nostri Carlo Auriemma ed Elisabetta Eördegh su Geo (in onda su Rai 3 tutti i giorni dal lunedì al venerdì alle 15,50), e pure se con una vocazione più generalista, Linea Blu (Rai 1 sabato alle ore 14) a cui fa da contraltare Pianeta Mare su Mediaset (Canale 5 la domenica mattina).

Anche su Sky, nella trasmissione dedicata all’ambiente Un mare da salvare (in onda il giovedì alle ore 15 e alle 23) si vedono sfilare spesso delle vele; nel suo palinsesto poi non mancano servizi sportivi con risultati di regata.
Idem in radio. Radio 1 il sabato mattina alle ore 10,05 trasmette la neonata Radio di Bordo, programma dedicato alle “voci dal mare tra grandi avventure e momenti di vita quotidiana”; su Radio Rai3 invece, fa periodicamente capolino il nostro Fabio Fiori, raccontando le gesta dei protagonisti della grande altura all’ interno del programma Wikiradio (in onda dal lunedì al venerdì alle 14.00). Insomma, certamente si può fare di più, ma di qui a parlare di “silenzio stampa” o di “disciplina negletta”, ne corre; non è così, almeno sui media per così dire “elettronici”.
«La vela – ci dice Giulio Guazzini, tra i pochi giornalisti impegnati a portare la nautica nel grande schermo – ha un potenziale enorme a livello di comunicazione, che ancora deve essere scoperto. Lo hanno capito quei pochi sponsor illuminati, che investendo in questa disciplina hanno fatto la loro fortuna».
È un’ immagine potente, dunque, che funziona. Il problema allora è che per scelte editoriali o non se ne parla o lo si fa male. A cominciare dal fatto che i media generalisti si limitano a citare barche ed equipaggi quasi esclusivamente per rendere conto del risultato sportivo (le rare volte che c’è) o per cercare il gossip nella “eccellenza” di una nave ammiraglia o nelle scelte radicali di personaggi improbabili. Tutto ciò senza superare, ma anzi enfatizzando, il pregiudizio secondo cui la vela sia una pratica alla portata di un ristretto numero di persone, vuoi per la disponibilità economica, vuoi per l’interesse che può suscitare.

Perché si tratta davvero di una disciplina esclusiva se ci si limita a considerare navigante chi possiede una barca dai 12 metri in su, se ci si addentra in tecnicismi e regolamenti di regata, o se si disperde l’informazione in una miriade di classi ed eventi. Non lo è affatto se si cambia approccio, sforzandosi di svincolare la comunicazione dal mero aspetto agonistico per scoprire più umili modalità di giocare col vento, nonché rotte, aspetti storici e forme di benessere e socializzazione legate a questa pratica.
Temi questi noti a chi va per mare, ma evidentemente troppo distanti da quelle logiche “acchiappaclick” (o clickbaiting) che hanno piegato gran parte dell’ informazione agli interessi di parte, in barba alla deontologia professionale di chi scrive, al reale interesse del pubblico e alla preservazione di un aspetto fondante la cultura di un intero paese.