Il mensile pratico del mare martedì, 23 ottobre 2018
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Isole che odiano le barche


19-10-2018 Alberto Casti

A Ventotene e Capri i sindaci hanno lanciato un’invettiva contro le imbarcazioni che affollano le rade. Iniziative discriminanti che contravvengono la libera fruizione del demanio

Isole che odiano le barche
 
La scorsa estate il sindaco di Ventotene, Gerardo Santomauro, aveva annunciato l’introduzione di una tassa per i natanti in entrata nelle acque della splendida isola laziale. Un contributo "ambientale" che il primo cittadino ha ritenuto necessario per tutelare il delicato ecosistema isolano immerso in una riserva naturale protetta. «C’è una tabella – ha dichiarato Santomauro al La Stampa –. Nulla di esoso. Parliamo di 10 euro al giorno per una barca di 24 metri, di 15 euro se la permanenza è di una settimana, di 300 euro per l’intero anno. Io non ho barche, ma se l’avessi non mi sentirei certo maltrattato da importi simili».
In effetti non si tratta di importi straosferici, ma quel che lascia perplessi è più che altro il gesto.
 
Ventotene è un piccolo gioiello del mar Tirreno centrale. L’ormeggio per le imbarcazioni da diporto è possibile solo a Cala Rossano (porto nuovo) e a Porto Nicola (porto antico). Dopo che pericolosi crolli di tufo hanno compromesso l’accesso a Cala Battaglia, chi vuole sostare alla fonda può farlo prevalentemente nello specchio d’acqua antistante Cala Nave che il caso vuole sia l’unica spiaggia fruibile dai bagnanti, sempre più stretta e colonizzata da chi affitta sdraio e ombrelloni. Chiediamoci ora, quanti sono i turisti che ogni anno soggiornano a Ventotene? Il dato parziale non è reperibile, ma sappiamo che tra la piccola isola e Ponza il numero è di circa 170.000 persone. Diciamo che a Ventotene ne sbarcano solo 40.000. Viceversa, quante possono essere le imbarcazioni che sostano annualmente nelle sue acque? Vogliamo esagerare? 200 al mese? 1.400 l’anno? 
Mettiamo ancora che in media a bordo di ogni imbarcazione vi siano 3 persone. All’anno fanno 4.000 diportisti nautici contro i 40.000 turisti pedestri. Perché allora quando si parla di affollamento e di tutela del territorio l’indice viene puntato in particolar modo contro i natanti? 
 
Caso analogo a quello di Ventotene è quello di Capri dove a causa delle decine di scafi che nella bella stagione danno fondo nello specchio di mare antistante la Marina piccola, si starebbe avviando la procedura per ridurne il flusso con l’istituzione di un’area marina protetta. Ben venga la salvaguardia dell’ambiente, ma anche qui qualcosa non torna. Perché oltre alle associazioni ambientaliste a lanciare l’allarme con particolare veemenza è stata l’Ascom, l’associazione dei commercianti dell’isola?
Capri ospita circa 36.000 turisti l’anno, ovvero 3.000 al mese. Possono essere davvero 100 o 200 barche (di cui, foto alla mano, la gran parte è costituita  dalle lance prendisole noleggiate ai turisti da 12 società locali) per 3 mesi l’anno a creare un concreto problema di sovraffollamento e di ecosostenibilità? Alle isole Tremiti, punta di diamante del parco nazionale del Gargano, vigono da sempre stringenti vincoli a regolamentare la sosta delle imbarcazioni. Eppure, recenti studi dimostrano che permangono i problemi legati all’inquinamento. In particolare quello da microplastiche. Così dal 1° maggio di quest’anno il primo cittadino Antonio Fentini ha emesso un’ordinanza in base alla quale è vietato l’utilizzo di stoviglie e contenitori in plastica non biodegradabile. Chi trasgredisce, sia questo un esercente o un cliente, è multato con una sanzione che va dai 50 ai 500 euro. Ci sembra che lo spessore di questo intervento in favore dell’ambiente sia decisamente più coraggioso e incisivo di quello ipotizzato dai citati omologhi di Fentini. 
 
Si vuole far credere che i naviganti ingombrano, puzzano e sporcano mentre i comuni turisti no. La realtà è che una barca alla fonda il cui equipaggio se ne sta gran parte del tempo a prendere il sole, a fare tuffi e a mangiare ciò di cui dispone in cambusa, contribuisce troppo poco all’economia del territorio che lo ospita, disturbando per di più la visuale di chi il mare lo guarda dalla spiaggia ma paga ristoranti, hotel e supermercati.
Il tutto si traduce così in una  becera politica protezionistica,  una tendenza evidentemente alla moda; ineluttabile anche laddove contravviene il diritto della fruizione e del godimento dei beni demaniali di cui il mare territoriale (fino a 12 miglia dalla costa) è considerato parte.