Il mensile pratico del mare sabato, 18 novembre 2017
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Un giubbotto, salva la vita


17-11-2017 Giancarlo Basile

Un giubbotto, salva la vita
Conosciamo tutti l’ importanza di indossare il giubbotto salvagente a bordo di una barca in navigazione, soprattutto con cattivo tempo e comunque di notte: può salvarci la vita se per un motivo o per l’ altro, talvolta molto stupido, finiamo a mare, come dimostrano diversi casi di membri di equipaggi, anche professionisti, persi per aver trascurato questa pratica.
 
La prevenzione migliore per non cadere in acqua è sicuramente la cintura di sicurezza collegata ad appositi golfari o a cavi adeguatamente disposti da prua a poppa per potersi muovere in coperta rimanendo costantemente vincolati alla barca, una pratica però forse ancora più disattesa della precedente. Vi sono vari tipi di giubbotti salvagente e bisogna che siano approvati dalla Guardia Costiera per essere validi. A parziale e comunque non giustificata scusante di chi trascura di indossarli, c’ è il fatto che impacciano un po’ i movimenti, soprattutto quelli alquanto voluminosi non gonfiabili, i quali vengono perciò sempre meno usati di quelli gonfiabili che riducono parecchio questo inconveniente, e sono fondamentalmente di due tipi: quelli che vengono gonfiati mediante l’ apertura manuale di una bomboletta di anidride carbonica solidale con il salvagente e quelli che si gonfiano automaticamente al contatto con l’acqua.
 
Vi è anche un tipo che può venire gonfiato mediante entrambi i modi con un apposito sistema di smistamento da tenere come si desidera o da cambiare al momento. Il perché di queste innovazioni risiede nel fatto che il giubbotto
salvagente, in determinati casi, può risultare negativo impedendo allo sfortunato che lo indossa di potersi salvare liberandosi se si dovesse venire a trovare impigliato al di sotto della barca rovesciata. Un caso piuttosto raro navigando su una barca d’alto mare ma assolutamente realistico per una deriva o un pluriscafo.
Sia il giubbotto non gonfiabile che quello autogonfiabile a contatto con l’acqua in questi casi, invece che salvare lo sfortunato lo terrebbero premuto sott’ acqua. Sarebbe allora opportuno indossare il giubbotto da gonfiare manualmente dopo essersi liberati 
dall’attrezzatura della barca che teneva il naufrago impigliato sott’ acqua, potendo farlo nuotando prima verso il basso e poi verso la superficie.
 
Naturalmente, usando questo tipo di giubbotto, si perde la possibilità di salvarsi se si viene sbattuti fuori bordo avendo perso i sensi a causa, per esempio, di una bomata o una tangonata in testa. In questo caso può salvare quel tipo di giubbotto che offre la possibilità di essere gonfiato automaticamente o sia manualmente che automaticamente, se l’interessato lo teneva predisposto sul modo automatico, rinunciando al gonfiamento manuale che nel caso di un’ imbarcazione d’ alto mare è meno probabile possa servire, al contrario che navigando con una deriva o un pluriscafo, col quale è forse meglio tenerlo predisposto sul modo manuale.
Tutto ciò potrà apparire improntato a un’ eccessiva preoccupazione della sicurezza. D’ altra parte, senza che diventi ossessiva, fa parte del gioco di chi va per mare.