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I foil e il futuro della vela


14-02-2017 Alberto Casti

La possibilità di sollevarsi dall’acqua impone un cambio di paradigma nella progettazione navale. Una rivoluzione che per contrasto può avere effetti positivi anche nella crociera

I foil e il futuro della vela

Si è scritto molto sui foil, le appendici che consentono a uno scafo di sollevarsi parzialmente dall’acqua. Una soluzione che oggi sta facendo breccia nella vela agonistica.
Eppure non si tratta di un’ idea nuova. Nemmeno del precedente secolo. Il primo brevetto di natante provvisto di foil risale al 1869, era il prototipo di una canoa a remi disegnata dal francese Emmanuel Denis Fargot.
Ma bisognerà attendere qualche anno per vedere uno scafo “volare” davvero a pelo d’acqua, grazie al genio di Enrico Forlanini, un ingegnere aeronautico italiano che installò queste lamine sul suo “idroplano” (nell'immagine sopra). Spinta da un motore di 60 cavali la sua futuristica imbarcazione sfrecciò sul lago Maggiore a 36,9 nodi. Era il 1906.

I primi ad applicare i foil a una barca a vela sono stati invece gli statunitensi Robert Gilruth Bill Carl. Nel 1938 a bordo del loro piccolo catamarano si alzarono in volo raggiungendo i 12 nodi.
Nel 1955 fu la volta del Monitor, monoscafo “volante” di 7,92 metri realizzato dallo statunitense Gordon Baker con cui fu fissata la velocità record di 25 nodi. Nel 1970 il neozelandese David Kei-
per installò i foil a un trimarano da crociera di 9,44 metri, il Williwaw, e con questo navigò per oltre 22.000 miglia in oceano Pacifico. Per lui niente record di velocità, ma la dimostrazione concreta di poter sfruttare questa tecnologia anche nella navigazione d’altura. Nessuno ha però seguito con profitto le sue orme e la ricerca è restata appannaggio esclusivo dei prototipi da regata.

Sfruttando i “flap” sommersi nel 1976 gli inglesi Andrew Grogono e Johnathan Fowler raggiunsero 28,14 nodi a bordo del Tornado Icarus (6,10 m); e sempre grazie ai foil nel 1980 il francese Eric Tabarly riuscì a stabilire il nuovo record (10 giorni, 5 ore e 14 minuti) della New York-Cap Lizard a bordo del trimarano Paul Ricard (16,50 m).
Seguirono poi i primati di velocità: 43,55 nodi del trimarano Hobie Trifoiler (6,70 m) nel 1992; 42.12 nodi del D-Class Techniques Avancées nel 1997 (10,5 m); 51.36 nodi dell’ Hydroptere (18,28 m) nel 2009.

Nel mentre già nel 1999 queste strutture di derivazione aeronautica erano entrate ufficialmente nel regolamento di classe di una deriva, lo storico Moth.
A seguire nel 2008 furono varati l’avveniristico monoscafo Mirabaud LX (10 m) e il catamarano SYZ&Co (11.8 m), e nel 2011 il multi C-Fly (5,49 m). Un anno dopo Vestas Sailrocket (12 m) di Paul Larson diventava la barca a vela più veloce del mondo superando i 65 nodi nei 500 metri. Tutte erano naturalmente provviste di foil.

Ma solo dopo l’ America’s Cup del 2013 è esploso il fenomeno delle barche "volanti". Negli ultimi 3 anni abbiamo assistito alla nascita di una infinita serie di “foilers” come il Flying Phantom, il Gunboat G4, i GC32, gli A Class, i C-Class. Anche gli Imoca 60 ora sono provvisti di foil. E i prossimi, lo diamo per assodato come logica conseguenza, saranno i Mini 6,50, i Figaro Bénéteau e una eventuale categoria open dei Class 40.
L’obiettivo è chiaro: rinunciare una volta per tutte al principio di Archimede e ai limiti fisici imposti dal volume dislocante.

Ma il volo è davvero il futuro della vela? Sembrerebbe proprio di sì. Ma più realisticamente solo di quella agonistica. Queste appendici hanno infatti costi di produzione estremamente elevati e per quanto si possa intervenire sui materiali, difficilmente potranno diventare sufficientemente solide da superare indenni l’urto con un oggetto alla deriva. E cadere con la prua in acqua da un assetto di volo anche solo a 15 nodi, è un rischio che nessuno vorrà correre navigando. Su una barca da crociera i foil potrebbero avere impiego marginale con effetto stabilizzante in condizioni meteorologiche ideali. Nel qual caso però c’è da chiedersi se il gioco valga davvero la candela.
Più probabilmente questa rivoluzione segnerà uno stacco definitivo tra le barche da regata e quelle da crociera. Più le prime andranno estremizzandosi, più le seconde torneranno a fare della marinità il loro principale valore. Una profezia che è anche una speranza.

(articolo tratto dalla rivista Bolina, numero 347, dicembre 2016)