Il mensile pratico del mare martedì, 26 marzo 2019
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I limiti della nautica in fiera


21-12-2018 Alberto Casti

L’esposizione nelle mostre di settore è vincolata all’immagine che le industrie vogliono dare di sé. Sfoggio e sfarzo, complici anche i media, prevalgono sull’aspetto culturale

I limiti della nautica in fiera

Probabilmente l’errore è nel presupposto, ossia nel pensare che una esposizione nautica possa essere rappresentativa del pubblico a cui si rivolge. In Italia almeno non è così. Ce lo siamo sempre aspettato, lo abbiamo sperato, abbiamo anche avanzato delle proposte, ma abbiamo sbagliato.
Ci riferiamo al Salone Nautico di Genova, vetrina arredata con gusto, con tanti begli stand, colori e lucine, ma non associabile a un evento dedicato genericamente alla cultura del mare.
Quel che viene offerto al pubblico è un quadro parziale, corrispondente all’immagine che gli esponenti di punta dell’industria di settore vogliono dare di sé, senza curarsi del fatto che migliaia di appassionati del piccolo, ma anche del medio cabotaggio rimangono a bocca asciutta.
D’altro canto è anche comprensibile, un imprenditore investe in un progetto e fa il possibile per guadagnarci. E i produttori di barche hanno scelto di farlo rivolgendosi a un segmento di potenziali acquirenti via via più alto, oggi quasi elitario.

Al Nautico c’erano due barche sotto gli otto metri, il First 18 (5,50 m) e il First 24 (7,3 m) di Bénéteau, e quattro derive: l’Hobie Cat 16, l’Hobie Mirage Island, l’Rs Aero e in anteprima italiana l’RS 21, monotipo a chiglia di 6,50 metri, decisamente accattivante per linee e soluzioni tecniche, ma dal costo minimo di 29.000 euro. Stop. Poi si passava direttamente alla gamma delle imbarcazioni oltre i 12 metri.
Così siamo andati a sfogliare i cataloghi dei cantieri espositori per verificare se per caso avessero improvvisamente dismesso la produzione di barche di taglia inferiore. Niente affatto: tra i modelli che avrebbero potuto essere esposti in fiera ci sono per esempio il Sun Odyssey 319 (9,80 m) di Jeanneau, l’Oceanis 35.1 (9,66 m) di Bénéteau, l’Easy 9.7 (9,99 m) di Bavaria, l’Italia 9,98 (9,98 m), l’E3 di Elan (9,25 m), il Dehler 29 (8,75 m), l’Hanse 315 (9,62 m), il Dufour GL 31 (9.67 m), il Solaris 37 (11,40) o il Grand Soleil 34 (10,70 m). Invece nulla di tutto ciò. Solo le novità dell’ultim’ora, solo la prepotenza visiva di “astro-navi” come il Mylius 80, lo Swan 78, o l’Advanced 80.

Insomma, lo ribadiamo, c’è poco da fare i romantici: l’industria investe dove può trarre maggiore profitto. E un conto è vendere una barca di 60 piedi, un altro due da 40. A parità di materiale, manodopera e tempo impiegato per la costruzione, non c’è proporzione nel rapporto tra costi e benefici. Facciamo un esempio confrontando i prezzi di due barche di un cantiere “popolare” come Bavaria: un Bavaria 37, lungo 11.30 metri, nuovo costa circa 145.000 euro. Un Bavaria 57, lungo 16.73 metri, costa 365.000 euro. Con l’aggiunta di circa un terzo dei materiali impiegati il cantiere può incassare fino il 150 per cento in più, dovendo per altro impegnarsi a piazzare una sola barca e non due.
A tutto ciò si aggiunge il contributo dei media, generalisti e di settore, che da sempre si mostrano interessati a veicolare solamente lo sfarzo e lo scintillio degli ottoni. E i cantieri si adeguano a queste strategie di comunicazione, certi che con un 80 piedi esposto al salone si riuscirà anche a bucare gli schermi della Tv lasciando in ombra tutto il resto.

Il Salone Nautico di Genova è organizzato dall’Ucina, ossia la federazione delle industrie nautiche ed è normale che questa abbia più a cuore gli interessi di chi produce, che quelli di chi non può investire patrimoni. Siamo noi, lo ribadiamo amici lettori, a dover rimodulare le nostre aspettative.
Ciò non significa che i diportisti che navigano su imbarcazioni al di sotto dei 12 metri esistano solo nel “magico mondo di Bolina”, in un immaginario superato, come qualcuno bonariamente ha osservato. È che come spesso accade tra mondo reale e quello dell’industria è in atto uno scollamento che non si ritiene proficuo colmare. Che piaccia o meno è la dura legge del mercato.
Consola che malgrado la tragedia del ponte Morandi crollato pochi giorni prima del Nautico, la città di Genova sia stata capace di alzare la testa e supportare l’evento con la tradizionale offerta culturale a corollario.