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Classi olimpiche e monopoli


09-03-2017 Alberto Casti

La paventata esclusione dai Giochi di Tokyo di 470 e Finn in favore di derive monomarca alimenta sospetti di turbativa in contrasto con la libera concorrenza del mercato

Classi olimpiche e monopoli

Con il nuovo corso avviato in seno alla Federazione mondiale della vela a seguito dell’elezione del danese Kim Andersen come Presidente, è tornata a prendere corpo la proposta di depennare dell’elenco delle classi olimpiche in gara a Tokyo nel 2020 il 470 e il Finn, in favore del kite-surf e di modelli di derive più recenti.

La posta in gioco, sostengono i promotori del rinnovamento, è il futuro della disciplina velica, l’aggiornamento con le più recenti tecnologie e materiali e l’appetibilità dello spettacolo offerto dalla vela nel più importante evento sportivo del mondo.

Ma il 470 e il Finn sono attualmente le uniche due classi olimpiche che non fanno riferimento a un solo marchio e la cui produzione può essere avviata (previo nulla osta di World Sailing), da qualsiasi cantiere, in conformità con le regole di classe. Una coincidenza che fa riflettere e che ha dato adito a un gruppo di cantieri e produttori europei di presentare una diffida alla Federazione Internazionale della vela e al Comitato Olimpico, dall’introdurre nuove classi veliche in regime di privativa industriale e ad aprire su licenza a tutti i cantieri in possesso dei requisiti tecnici, la costruzione delle imbarcazioni e delle relative vele e attrezzature, attualmente prodotte in regime di monopolio.

Diversamente, si sostiene nel documento, entrambe le istituzioni si troverebbero a contravvenire alle norme dell’Unione Europea sulla libera concorrenza, favorendo una o più imprese nell’ottenimento di una posizione dominante sul mercato.
Effettivamente fino alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 la produzione delle classi olimpiche era soggetta a stringenti criteri di conformità e da serrati controlli da parte di stazzatori indipendenti, ma formalmente libera. Qualsiasi produttore titolato, poteva essere eletto a fornitore ufficiale. Erano (e sono tutt’ora) liberi i piani di storiche classi quali il Dragone il 5,5 metri S.I., lo Jolle, il Dinghy 12, lo Swallow, il Firefly, il Tempest, il Tornado. Non lo sono quelli dei più recenti Laser, 49er, Nacra 17 e Rs:X che, insieme a 470 e Finn, hanno gareggiato a Rio de Janeiro nel 2016.

Questo cambiamento di strategia è cominciato con le Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando uscì di scena il Flying Dutchman, prodotto da decine di cantieri in tutto il mondo e classe olimpica dal 1960, e fu promosso il Laser la cui costruzione è appannaggio esclusivo della Laser Performance. Nel 2004 fu la volta dell’Europa, singolo olimpico femminile dal 1992, soppiantato dal Laser Radial ancora una volta a beneficio del cantiere britannico. Nello stesso anno fu depennato dalla lista delle classi olimpiche il Soling, altro modello senza “copyright” attivo dal 1972. Nel 2012 toccò all’Yngling, introdotto nel 2004 per il match-race femminile, poi sostituito dall’Elliot 6m della neozelandese Elliot Marine.
Da questa epurazione non è stata sottratta neanche la Star, la più longeva delle classi olimpiche (esordì nel 1932) costruita per altro in Italia da due cantieri di fama internazionale quali Lillia e Folli, entrambi con base sulle sponde del Lario.

A sostituire la barca a bordo della quale l’Ammiraglio Straulino segnò le pagine più esaltanti della vela sportiva italiana, è stato nel 2016 il catamarano Nacra 17, la cui manifattura è un’esclusiva dell’omonimo cantiere olandese.
Al di là della consistenza effettiva dell’opposizione mossa dai firmatari della diffida presentata a World Sailing, secondo cui sussistono i termini per far valere norme europee anche a istituzioni attive su scala planetaria, appare evidente che sgombrare il campo da regimi di monopolio avrebbe effetti positivi sia in termini di competitività, che di sviluppo per il mercato.
Per di più con un ritorno alla stessa filosofia che ha animato con profitto la specialità della vela nei primi 92 anni dei Giochi Olimpici, World Sailing e il Cio dimostrerebbero di agire unicamente nell’interesse dello sport. Cosa, a quanto pare, non proprio scontata.