Il mensile pratico del mare giovedì, 21 novembre 2019
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Via lo smartphone, si naviga!


22-03-2019 Alberto Casti

Sempre meno giovani vivono la vela come una grande avventura. Gli appassionati si interrogano: difficoltà economiche, mancanza di stabilità? Avanziamo un’altra ipotesi

Via lo smartphone, si naviga!

 

«Quando ero bambino – racconta il titolare di uno storico circolo velico sul fiume Tevere – erano tanti i ragazzi più grandi di me che sognavano l’oceano. Oggi mi ritrovo a essere ancora tra i più giovani ad andare in barca vela malgrado abbia quasi cinquant’anni. Non c’è stato un ricambio generazionale». Cosa è successo? È passata la moda? La vela è diventata un passatempo troppo costoso? Proviamo ad avanzare qualche ipotesi.

Questione economica. È idea condivisa che possedere una barca sia, in termini economici, un bagno di sangue. Può essere vero, ma anche no. Per la prima circumnavigazione del globo in solitario nel 1892, Joshua Slocum recuperò lo Spray da un relitto abbandonato in mezzo a un campo. Anche l’argentino Vito Dumas nel 1942 si ritrovò il giorno della partenza sul Lehg II con appena venti pesetas, un chilo di ciocco lato, tre di pane, una bottiglia di vino e una damigiana vuota. Eppure compì il giro del mondo. Lo stesso dicasi per Bernard Moitessier. Nel 1947, a 22 anni girovagava nel Golfo del Siam a bordo di una giunca autocostruita, lo Snark, nella quale lui e l’amico Deshumeurs avevano investito tutto quel che possedevano. Insomma se si mantiene un profilo basso, come fecero loro e come fanno tutt’ora migliaia di velisti in tutto il mondo, il desiderio di navigare può essere appagato con pochi sacrifici.

Chi naviga fugge? Indubbiamente le situazioni contingenti hanno un effetto determinante sulle scelte degli individui. Quando Slocum mollò gli ormeggi per il suo giro del mondo, gli Stati Uniti erano in piena recessione economica, la sua atti vità lavorativa aveva subito una battuta d’arresto e aveva da poco perso la moglie: in fin dei conti, ne aveva di che cambiare aria. Vito Dumas fuggiva dall’orrore della Seconda guerra Mondiale, Moitessier da quello della Guerra d’Indocina. Ma non commettiamo l’ errore di considerare l’ irrequietudine personale, come la molla che anima chi volge la prua verso l’orizzonte. Jerome Poncet e Gerard Janichon del Damien, James Wharram, Eric Tabarly, Peter Blake, Robin Knox Johnston, il nostro Ambrogio Fogar e moltissimi altri non avevano nulla da cui scappare. Semplicemente cercavano l’altrove, quel mondo distante, ma straordinariamente reale che ciascuno, prima di morire, dovrebbe voler vedere coi propri occhi.

Abbiamo perso la bussola. Forse allora il problema è da ricercare altrove, tra le pieghe delle nostre menti ormai assuefatte all’uso compulsivo di dispositivi elettronici che sono diventati un’appendice del nostro corpo e, cosa ancora più grave, un presupposto alle relazioni sociali e con l’ambiente. Si è creato un mondo surrogato dove i like sui social network sostituiscono l’empatia e il texting nelle chat il dialogo. Allo stesso modo Google Maps diventa il mezzo per scoprire altri luoghi, le campagne su change.org il luogo della protesta e la pubblicità comportamentale (ovvero le offerte commerciali calibrate sulle azioni degli utenti in inter net) i nostri sogni. Non si vuole qui demonizzare una tecnologia che ha certamen te anche degli aspetti positivi, ma è un dato di fatto che il mondo corre e noi rischiamo di esserne travolti, senza capire neppure dove stia andando.

Pensiamo di avere tutto a portata di mano, ma non sono che perline colorate scambiate per oro. Prima o poi capiremo che abbiamo creato un paradosso. Arriverà il giorno che sentiremo l’impulso di allontanarci da questa coltre di artificiosità. Saliremo sulle nostre barche e ripenseremo alle parole che Moitessier scrisse in Tamata e l’Alleanza ricordando l’esordio della sua navigazione in solitario: "Per la prima volta in vita mia sono libero, realmente libero. Tutte le mie libertà prima non erano che piccole libertà strette in una rete di limitazioni, libertà effimere, spesso intense, ma sottomesse sempre alla questione del tempo e a quella degli altri".

 

Segnaliamo in approfondimento l'interessante puntata di Presidetta di Rai 3 sugli effetti dell'abuso delle nuove tecnologie